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La spagnola a Borgotaro e nei comuni della valle(parte
1)
Questo libro ha avuto un successo inaspettato, o quasi. Le
prime seicento copie sono andate esaurite nel giro di due mesi. Così
è stato necessario procedere ad una ristampa di 400 copie. Il volume, che è in
vendita presso l'Ass. Emmanueli di Borgotaro a 10 €, contiene oltre trenta tra
fotografie e riproduzione di documenti originali, che non vengono qui riportati
per non appesantire il sito. Purtroppo i vari data-base da me creati con
Microsoft Works, non mantengono nel sito l'allineamento. Il volume verrà
riportato in 3 parti.

Presentazione
Con questa pubblicazione l’Associazione
“A. Emmanueli” consegna a futura memoria un’altra pagina della storia
della nostra comunità.
Pagina triste,
dimenticata dai più, che Giacomo Bernardi ha saputo con pazienza e sagacia
riportare alla nostra attenzione.
La ricerca, ricca
di documentazione, dati e testimonianze, va ben oltre il fenomeno, pur
rilevante, della paurosa pandemia che ha colpito Borgotaro, per spaziare in
quella che era la realtà socio-economica del tempo, portandoci a scoprire una
comunità alle prese con tanti problemi.
Borgotaro, agosto 2003
L’Ass.
A. Emmanueli
A mio nonno Giacomo Gabbi
Dì
la verità, amico lettore!
Durante
i tuoi studi, lunghi o brevi, ti è mai capitato di leggere nei libri di storia
qualcosa
sulla così detta “spagnola”,
una
forma influenzale che colpì l’intera umanità nel 1918?
O
ne hai sentito, forse, parlare dai tuoi insegnanti?
Eppure
si trattò di una malattia che colpì quasi un miliardo di persone
d’
ogni parte del mondo.
Eppure
in un solo anno causò più di venti milioni di decessi.
Eppure,
in pochi mesi di quel 1918, fece più vittime di quante non ne fece
in
quattro anni la guerra allora in atto.
Eppure
non sono pochi a sostenere che la fine della prima guerra mondiale fu dovuta, in
buona parte, a questa “influenza” che stava decimando gli eserciti.
Eppure
anche gli studiosi locali nulla hanno scritto, benché nella nostra valle siano
decedute
centinaia
di persone in soli tre mesi.
Allora,
amico lettore, se della “spagnola” mai ti è capitato di leggere
qualcosa
sui libri di scuola, non fartene una colpa.
E’
capitato a tutti.
Perché
mai?
Resterà
sempre uno dei grandi misteri del novecento
la
“congiura del silenzio”
che
ha cercato di cancellare dalla storia dell’umanità la memoria di una delle più
terrificanti
pandemie
che
mai abbiano colpito il mondo.
Anche
a me è accaduto di non aver mai trovato traccia della “spagnola”
nei
libri di storia.
Anch’io
sono stato vittima di questa inspiegabile “congiura del silenzio”,
ma
ho avuto la fortuna di avere un nonno materno che mi parlava spesso della “spagnola”,
dei
tanti morti,
di
come la sua famiglia si fosse salvata mangiando
carne
di maiale e bevendo grandi quantità di vino.
Dai
suoi racconti pensavo si trattasse di una specie di pestilenza.
Ero
ragazzo e senza far troppi calcoli pensavo che quella terribile malattia
si
fosse verificata nel settecento o ancor più in là e soltanto nel paese
dove
viveva mio nonno, originario della bassa.
Poi,
un giorno, eravamo negli anni settanta,
mi capitò di notare su un quotidiano un articolo dal titolo
“L’influenza
più nefasta della guerra”, a firma di Silvio Bertoldi.
Grande
fu la mia sorpresa
nell’apprendere
che la “spagnola” si era verificata nel 1918 e che aveva colpito tutto il
mondo provocando milioni di morti.
Mi
venne subito il desiderio di andare a consultare i registri dei morti
del
nostro comune per vedere cosa mai fosse accaduto a Borgotaro.
Nessuno
ne aveva mai parlato, tanto meno scritto.
Così
scoprii che la “spagnola” aveva duramente colpito anche da noi.
Iniziai,
da allora, a raccogliere documenti e testimonianze dirette
di
persone sopravvissute a quella terribile malattia.
Presi verso me stesso un impegno: questa storia va
raccontata.(g.b.)
Borgotaro,
Agosto 2003
“L’influenza
è una malattia che, di fatto, ogni
uomo sperimenta più volte nel
corso della
propria esistenza
indipendentemente dallo
stile
di vita, dall’età e dal luogo in cui vive”.
R.
Perché “spagnola”?
Agli inizi
dell’autunno 1918, la guerra mondiale fu lì per finire non tanto perché vi
fosse un esercito perdente, ma per colpa di una malattia che stava uccidendo a
migliaia i soldati.
Sui vari
fronti, infatti, i militari cadevano come mosche e poco mancò che gli eserciti
si arrendessero perché le loro divisioni erano devastate non tanto dagli
attacchi del nemico, ma da una tremenda epidemia.
Si trattava
di una forma influenzale che venne chiamata “spagnola” per il fatto che si
era manifestata in Spagna fin dal febbraio del 1918, sia pure in forma benigna.
Tanto che quando nella primavera di quell’anno una famosa agenzia europea
aveva divulgato la notizia che “una strana forma di malattia a carattere
epidemico è comparsa a Madrid” nessuno aveva dato importanza al fatto. Si
era in piena guerra mondiale e che in Spagna vi fosse quella “strana
malattia” non costituiva davvero notizia, specialmente in Italia dove la
popolazione era ancora disorientata dopo la rotta di Caporetto.
Qualche
curiosità aveva destato il fatto che un terzo degli abitanti di Madrid,
compreso il re Alfonso XIII, fosse a letto. Per il resto non ci si preoccupò di
una “influenza”, termine coniato da due italiani, Domenico e Pietro
Boninsegni, fin nel lontano 1580, quando si era persuasi che “l’influsso”,
ossia l’influenza, delle stelle(ob obcultam coeli influentiam) fosse
responsabile di queste periodiche epidemie, dalle quali solitamente si guariva
in poco tempo.
I sintomi
della malattia che si era diffusa in Spagna erano tosse, dolori agli occhi, e
alle orecchie, indolenzimento alla regione lombare, mal di capo, gola arrossata.
Gli stessi di oggi. Poi torpore, brividi, febbre anche fino a 40°.
L’incubazione durava due giorni con presenza di mal di gola e di testa. Al
terzo-quarto giorno i sintomi sparivano. Si trattava, come detto, di una forma
benigna di influenza.
Qualche
preoccupazione cominciò a farsi strada quando ci si accorse che l’epidemia si
stava diffondendo a largo raggio: negli Stati Uniti, poi in Giappone e
nell’Oriente, in Francia, in Germania, in Austria, in Scozia, ma anche in
Grecia, in Norvegia, in Egitto e poi…in India, in Costarica e, naturalmente,
in Italia.
Quando si
arrivò alle soglie dell’autunno, il mondo intero cominciò a contare i morti:
non solo gli anziani e i più deboli, ma soprattutto i giovani e gli adulti. Una
tragica ombra si allungava su tutto il globo e mentre ovunque la gente moriva, i
medici non sapevano come contrastare il morbo. Contro questa malattia non
esisteva, infatti, difesa scientificamente valida, così si adottarono le
terapie più stravaganti.
In assenza
di antibiotici e di sulfamidici, qualche medico ricorse agli impacchi caldi,
altri a quelli freddi, altri ordinarono di segregare in casa gli ammalati, altri
ancora di farli uscire all’aperto sotto le intemperie. Si ricorse al chinino,
alle purghe, alla fenacetina, alle iniezioni sottocutanee di olio canforato e di
caffeina “per sostenere la circolazione”. L’aspirina sollevava ancora
parecchi sospetti, si temeva potesse nuocere al cuore.
L’epidemia
fu chiamata influenza, ma non v’era nessuna somiglianza con nessun’altra
delle tante influenze che si erano viste in precedenza. Ed era strano che
colpisse soprattutto persone giovani e sane: quelle che in genere erano le meno
colpite dalle malattie infettive.
Più che
una influenza, parve a tanti una specie di piaga biblica, quasi un castigo di
quelli previsti nell’Apocalisse, dove si legge che il mondo sarebbe stato
colpito prima dalla guerra(ed era in corso), poi dalla carestia ed infine dalla
peste.
Ciò che
impressionava maggiormente era il tragico e sconvolgente iter della malattia.
“All’inizio, l’influenzato accusava solo un sordo mal di testa e un
vago bruciore agli occhi, poi però, scosso da brividi, si metteva a letto, e
pur raggomitolandosi e coprendosi con molte coperte non riusciva a vincere la
sensazione di freddo. La febbre cominciava a salire, e più saliva, più il
sonno era inquieto e tormentato dagli incubi del delirio.[…]. Potevano
occorrere ore o giorni , ma niente fermava il decorso infausto della
malattia[…]. La faccia diventava violacea, cianotica, l’espettorato era
venato di sangue, i piedi parevano quasi neri.
Poi,
quando la fine era vicina, il paziente, che aveva ormai i polmoni pieni di
essudato rossastro, boccheggiava nel disperato tentativo di respirare ed
emettendo una bava sanguinolenta moriva
soffocato”.
Gli
ammalati, vista l’impotenza dei medici, cominciarono a tentare terapie
particolari. Ci fu chi si curò con il whisky, chi con il tabacco(fumando e
masticando), chi con una sbornia. Ci fu anche chi si mise a masticare cuoio e
aglio e chi vide nella carne di maiale l’antidoto alla malattia.
Nelle città
vennero chiusi i teatri, le sale cinematografiche, i ristoranti e i locali
pubblici. Sospesi i mercati, le lezioni nelle aule e ogni occasione che si
prestasse a grande concorso di pubblico.
Le navi
venivano bloccate in quarantena nei porti, ma spesso a quarantena finita si
prendeva atto che a bordo vi erano soltanto cadaveri.
Fu uno dei
peggiori flagelli che mai avesse colpito l’umanità e in pochi mesi, nel
mondo, uccise dai venti ai quaranta milioni di persone.
Morirono
celebri personalità: lo scrittore Edmond Rostand, il poeta Apollinaire, il
principe Erik di Svezia, il principe Torlonia, la figlia di Buffalo Bill. Negli
Stati Uniti si salvarono per un pelo il Presidente Wilson, il suo successore
Roosvelt, Walt Disney e l’attrice Mary Pickford.
Richard
Collier nel suo volume
racconta fatti che hanno dell’incredibile, come quello capitato al tranviere
Charles Lewis di Capetown, il quale si trovava, a servizio ultimato, su di un
tram diretto verso casa. All’improvviso vide il bigliettaio cadere vittima
della “spagnola”. Ne prese subito il posto, ma uno dopo l’altro vide ben
cinque passeggeri cadere a terra vittime anch’essi della malattia. Ogni tanto
il tram si fermava e i cadaveri venivano deposti lungo i marciapiedi dove
sarebbero poi stati raccolti dagli spazzini. Infine Charles dovette correre alla
guida del tram perché il manovratore era crollato pure lui a terra.
I
viaggiatori parevano rassegnati, quasi indifferenti, tanto s’erano abituati a
quelle scene. Charles guidò la vettura fino al punto in cui gli era comodo
arrivare alla sua abitazione. Staccò la manovella e scese. Si sentiva addosso
brividi violenti, riuscì tuttavia a raggiungere la sua casa. Era salvo.
Per
raccogliere tutte le testimonianze riportate nel suo libro,
Collier girò il mondo e intervistò personalmente 175 persone che
avevano direttamente vissuto quelle esperienze. Tra questi anche il Ten. Pier
Paolo Crespi, riferito come in servizio presso la 2^ Armata a Borgotaro. A
significare che la nostra zona fu una delle zone più colpite dalla spagnola.
La “spagnola” in Italia
A Torino,
nel momento più critico, si arrivò ad avere anche 400 morti al giorno. A Roma,
a seicento chilometri di distanza, il numero giornaliero dei decessi fu
altrettanto alto. Ma per quanto attentamente gli italiani leggessero ogni giorno
“La Stampa” o “Il Messaggero”, tali statistiche venivano loro negate.
Pur di
nascondere l’amara realtà, il Capo del Governo, il liberale Vittorio Emanuele
Orlando, aveva imposto una censura severa, paragonabile soltanto a quelle che
Mussolini avrebbe imposto al popolo italiano negli anni della dittatura.
In Italia la
mortalità era più alta che in qualsiasi altra nazione europea, se si esclude
il Portogallo, ma qualunque manifestazione di dolore in pubblico era vietata.
Non si
udivano più suonare le campane a morto. I cortei funebri, le omelie, le corone,
gli annunci mortuari che solitamente si affiggevano ai muri, vennero proibiti.
Per la verità
anche altri stati si comportarono come l’Italia. La campane a morto tacevano
anche in Francia, in Spagna e in Olanda.
Quello che i Capi di Stato non
riuscirono a nascondere fu la triste realtà di ogni città, di ogni paese, di
ogni villaggio. Lì, ma soltanto lì, la gente pur non sapendo quanto stava
accadendo in altri luoghi, s’accorgeva, eccome, di quanti si ammalavano, di
quanti morivano ogni giorno. Eugenia Tognotti, esperta di infettivologia
storica, nel suo volume “ La “spagnola” in Italia. Storia
dell’influenza che fece temere la fine del mondo”
riporta numerosi stralci di lettere che dall’Italia venivano inviate a
familiari emigrati per informarli della malattia che stava colpendo l’Italia,
lettere che cadevano sotto una severa censura e che non giungevano, quindi, a
destinazione. Tra queste una in partenza da Bedonia, destinazione New
York, nella quale si può leggere: “[…] E’ una malattia brutta e
schifosa che non li portano nemmeno in chiesa”
Quando fu
possibile stilare una statistica dei decessi a causa della “spagnola”, ci si
trovò di fronte a cifre impressionanti.
Numero
dei morti a causa della “spagnola”, divisi per continenti
America
settentrionale e C.le
n. 1.073.685 decessi
America
latina
n. 327.250
Europa
n. 2.163.303
Asia
n. 15.737.363
Australia e
Oceania
n. 965.243
Africa
n. 1.333.428
TOTALE:
n. 21.642.274 (*)
(*)
I dati che si riportano
risalgono a stime apparse negli anni ’20. Oggi gli studiosi sono
concordi nel valutare in oltre
quaranta milioni i decessi causati dalla “spagnola” nel 1918.
Dati
relativi ai decessi per “spagnola” riscontrati in alcuni stati
Stati
Uniti
decessi n.
548.452
Russia
n. 450.000
ITALIA
n. 375.000 *
Germania
n. 225.330
Gran
Bretagna
n. 228.917
Spagna
n. 170.000
Francia
n. 166.000
In
Italia si ebbero 106 morti ogni 10.000 abitanti, percentuale lievemente superata
soltanto dal Portogallo
*
Stime recenti
indicano in 600.000 i morti per spagnola in Italia
La
“spagnola” a Borgotaro
Verso
gli Stati Uniti (1)
Verso
la fine di settembre dell’anno 1918, tra i pochi viaggiatori che all’incerta
luce dell’alba attendevano nella stazione di Borgotaro l’arrivo del treno
per La Spezia, era impossibile non notare un gruppetto di una decina di persone.
I loro
diversi atteggiamenti lasciavano chiaramente intendere che non tutti sarebbero
partiti. Gli abiti indossati, le movenze, le espressioni indicavano come
partenti due adulti, forse marito e moglie, e un ragazzo intorno all’età di
dieci anni. L’attenzione di tutti era infatti rivolta a questi tre;
un’attenzione fatta di premure, suggerimenti, carezze, come tra persone che
sanno di separarsi per un lungo periodo.
Quando la
vaporiera arrivò emettendo, prima di fermarsi, gli ultimi sbuffi, la stazione
s’empì di fumo e vapore.
Il gruppo ebbe come un
sussulto, vi fu un rapido incrociarsi di saluti e raccomandazioni, comparvero
fazzoletti generosi nel nascondere lacrime e trattenere singhiozzi. Poi dal
gruppo si staccarono tre persone. Salirono a fatica le alte predelle della
carrozza e subito dietro loro vennero issate due valigie e altrettanti
scatoloni.
Il
capostazione, poco dopo, lanciò un lungo fischio e la vaporiera che aveva
continuato ad ansimare durante la fermata, dopo aver fatto un debole sbuffo, ne
emise altri più decisi e rapidi, e partì.
Mentre il
treno entrava nella galleria del Borgallo, i tre si misero a sedere.
Giovanni
Franza, sui quarant’anni, e la moglie Maria Leonardi, 33 anni, guardarono il
figlio Luigi seduto davanti a loro. Lo strappo era avvenuto, il Borgo era ormai
alle spalle, ora dovevano pensare al lungo viaggio verso gli Stati Uniti
d’America(1-continua)
Primi allarmi
Il 2 ottobre 1918, in
località La Pietra di Belforte, moriva una giovane contadina di 16 anni: Irma
Sociali, adottata dalla famiglia Cavazzini che l’aveva prelevata presso un
orfanotrofio di Parma.
La malattia, attacco
febbrile, si era manifestata il 28 settembre. Erano però bastati tre giorni per
condurla alla morte. Causa: bronco-polmonite da influenza.
Il giorno 30
settembre l’ Ufficiale Sanitario del Comune, dottor Giovanni Spagnoli, aveva
segnalato al Sindaco: “Mi faccio in dovere di denunciare alla S.V. che
nella frazione di Belforte, in località La Preda, ho verificato un caso di
bronco-polmonite da influenza sulla giovane Sociali Irma di Ignoti, convivente
presso la famiglia di Cavazzini Martino”.
Il Sindaco a
sua volta faceva immediatamente pervenire la denuncia al Sottoprefetto, ma il
giorno 2 ottobre, in una seconda nota, scriveva: “Facendo seguito alla
precedente mia comunicazione, partecipo che la Sociali Irma di Ignoti, di anni
17, è morta in seguito a bronco-polmonite influenzale, oggi. Norme adottate:
disinfezione effetti letterecci e personali e del locale; trasporto del cadavere
direttamente al cimitero”.
Nessuno
poteva immaginare, in quel lontano ottobre, che quello di Irma sarebbe stato il
primo di una lunga serie di decessi che avrebbero sconvolto la popolazione di
Borgotaro e dell’intera valle.
Le
segnalazioni alle autorità, le precauzioni stranamente adottate per una
“influenza”, il trasporto immediato al cimitero, il mancato svolgimento del
funerale, stanno a dimostrare che la pericolosità della malattia era ben nota
alle autorità, anche se la popolazione era ancora all’oscuro di quanto stava
accadendo nella stessa Parma.
In realtà
le autorità sanitarie e i comuni erano stati in precedenza all’ertati, anche
se alcuni episodi stanno a confermare una certa leggerezza nel valutare la
situazione.
Già in data
7 settembre, il Prefetto aveva inviato al Sindaco di Borgotaro il seguente
telegramma:
“Richiamo personale attenzione necessità sia curata
vigilanza Sanitaria sulle colonie dei Profughi dandone apposito incarico
Ufficiale Sanitario locale. Gradirò relazione telegrafica circa situazione
sanitaria costà esistente”.
La risposta è del 10 dello stesso mese, sempre tramite
telegramma:
“Ill.mo sig. Prefetto Parma
Salute profughi e quella popolazione ottima. Si ha solo
qualche caso influenza con forma benigna”.
Quell’ “ottima”, riferito alla salute generale
del paese, tenendo conto di quanto stava accadendo a Parma e delle restrizioni,
anche alimentari, in atto, pareva un poco esagerato e non rispondente
all’effettiva realtà. Tanto è vero che nell’intervallo di tempo tra il
ricevimento del telegramma e la risposta, il Pro Sindaco, in data 9 settembre,
aveva inviato al Sottoprefetto, allora residente al Borgo, una denuncia relativa
a “malattia infettiva”. Ecco il testo: “Oggi questo Ufficiale
Sanitario ha denunciato un caso di bronco-polmonite da influenza nella persona
di Delmaestro Domenico di anni 44 della frazione di San Vincenzo. Furono
adottate le disinfezioni degli sputi e del locale di isolamento e domicilio e si
è inviato alla Prefettura il prescritto Modello 14”.
Le
autorità erano, dunque, bene informate sulla pericolosità di quella influenza.
Un
manifesto premonitore
Va
dato atto all’Ufficiale Sanitario del Comune, dottor Giovanni Spagnoli,
d’aver messo in all’erta le autorità e la popolazione di Borgotaro,
inviando al Sindaco una serie di “consigli popolari per la difesa
individuale contro le malattie infettive acute che potrebbero manifestarsi in
questa stagione”.
La lettera
reca la data del 27 agosto e venne tramutata nel seguente manifesto:
COMUNE
DI BORGO VAL DI TARO
MANIFESTO
In
seguito a manifestazione di casi di malattia infettiva in alcuni comuni della
Provincia e di quelle limitrofe, per quanto non si abbia presentemente alcun
motivo d’allarme per la pubblica salute, pure allo scopo di premunirsi in caso
di una eventuale comparsa di tali malattie anche in questo comune, si trova
opportuno fare le seguenti prescrizioni perché vengano strettamente osservate:
1° Ogni
individuo deve adottare convenienti misure per proteggere se stesso e per non
danneggiare gli altri. Primieramente deve curare la massima pulizia
dell’abitazione. Le immondezze verranno con ogni cura allontanate,
evitandosi che restino accumulate
nei cortili o in immediate vicinanze delle case, ove costituiscono sempre un
pericolo per la diffusione delle malattie, anche per il fatto della grande
quantità di mosche che esse attraggono.
2° Bisogna
curare in modo speciale la pulizia delle latrine. Le madri raccomandino
ai loro figliuoli di non spandere feci qua e là nei cortili o in prossimità
della casa;
3° E’
pure di grande importanza curare una buona e costante pulizia personale,
lavandosi le mani più volte al giorno con acqua e sapone, e specialmente
lavarsele prima di mangiare;
4° Evitare
i disturbi della digestione mantenendosi sobrii e temperanti, poiché i
disordini nel mangiare e nel bere predispongono alle malattie infettive;
5° Si
raccomanda di non fare strapazzi corporei, di non esporsi a cause reumatizzanti,
di mantenere la pelle e le vie respiratorie allo stato di perfetta integrità.
6° Si
evitino e si curino le malattie viscerali di cui si fosse affetti;
7 Si usi la
massima sorveglianza nei cibi e nelle bevande cercando di evitare l’ingestione
di latte, frutta e verdure che non siano state sottoposte all’ebollizione;
8° Si curi
che i pozzi siano garantiti contro possibili inquinamenti;
9° Non si
lavino biancherie in prossimità dei pozzi, ne quivi si gettino immondizie o
acque luride;
10° Se si
dubita della bontà dell’acqua, si faccia bollire.
Borgotaro 27
agosto 1918
Il cappello
voluto dall’Amm.ne Comunale tende da una parte a tranquillizzare, dall’altra
segnala malattie infettive in Comuni della Provincia. Non viene mai citata la
parola “influenza”, tanto meno “spagnola”.
Dal
manifesto emerge che in paese non si effettuava la raccolta delle immondizie e
queste venivano spesso accumulate nel cortile di casa. Si invitano i cittadini
ad allontanarle, ma non si indica un luogo apposito, così venivano lasciate
lungo il perimetro delle mura.
I bambini
facevano i loro “bisogni” dove meglio capitava, “nei cortili o in
prossimità della casa”.
Alcuni punti
del manifesto, poi, sembrano destinati a ben altri luoghi e condizioni.
Come
l’invito a lavarsi “ le mani più volte al giorno con acqua e sapone”
rivolto ad una popolazione che per il 90% non aveva acqua nelle abitazioni, ma
l’attingeva alle fontane e ai pozzi pubblici in brocche che contenevano il
quantitativo appena sufficiente per gli usi di cucina e per dissetarsi, o come
quello di mantenersi “sobrii e temperanti” rivolto ad una popolazione
che stava soffrendo la fame.
Non
commento, poi, il passo in cui si dice che “ i disordini(ma quali!) nel
mangiare e nel bere predispongono alle malattie infettive”, frase che pare
più un deterrente contro l’atavica e ancor presente abitudine ad eccedere nel
consumo di vino, che non contro le malattie infettive.
E che dire
della raccomandazione a “non fare strapazzi corporei”, a “non
esporsi a cause reumatizzanti” e a “mantenere le vie respiratorie
allo stato di perfetta integrità” rivolto a una popolazione che trovava
impiego specialmente nel duro lavoro delle cave, e nei due cementifici locali
dove la gente s’ammalava di silicosi?
Quanto ad
evitare “l’ingestione di frutta e verdure che non siano state sottoposte
all’ebollizione” va detto che a quei tempi ben poche famiglie
potevano permettersi l’acquisto di tali
generi presso i negozi. Tutti, o quasi, avevano i loro orti, mentre la frutta
veniva consumata soltanto se c’era la possibilità di coglierla gratuitamente
dalle piante selvatiche o di sottrarla nelle altrui proprietà.
Ma
ciò che più meraviglia è il fatto che le “prescrizioni” rivolte ai
singoli cittadini, in previsione di una possibile epidemia, non abbiano
minimamente spinto le autorità locali a prendere iniziative atte ad affrontare
il pur previsto espandersi della spagnola.
Nel momento
più critico, come avremo modo di vedere, mancheranno disinfettante, legname per
le casse mortuarie, personale sanitario, luoghi di isolamento.
A
Parma…intanto.
La Gazzetta
di Parma di giovedì 29 agosto riportava in prima pagina uno strano articolo dal
titolo: “La salute pubblica in città”.
In esso si rigettava con grande sdegno, in verità un poco campanilistico, la
notizia riportata da alcuni giornali, secondo la quale a Parma “impera
la morte e i cittadini cadono per le vie come le mosche colpiti da un terribile
e inesplicabile male”.
Il giornalista, in modo
alquanto sbrigativo, dopo aver dato del “disfattista”
a chi aveva scritto quelle notizie, smentiva ogni cosa affermando che, avendo
interpellato le autorità sanitarie, nulla era stato segnalato di particolare.
Concludeva il suo servizio insinuando che le notizie propagandate testimoniavano
l’invidia che in altre città si provava nei confronti di Parma.
Tuttavia, dava notizia che i
morti in città nella settimana 19-25 agosto erano stati 77, dei quali ben 37
militari, cifra quest’ultima che avrebbe potuto far riflettere quel cronista,
che invece trovava modo di scrivere: “E’ questo un elenco[di morti] d’entità
pari a quelli che si hanno nella stagione invernale e che è poco più di due
volte più alto di quello che si è avuto nell’eguale periodo di tempo,
dell’anno scorso”.
Insomma, per il cronista il
fatto che in un mese estivo l’elenco dei morti di quella settimana fosse “poco
più di due volte più alto” del solito non costituiva sorpresa. Così
come considerava normale che in città fossero deceduti 37 militari, quasi
fossimo al fronte!
La Gazzetta
di Parma di martedì 3 settembre ritornava sull’argomento e il cronista dava
notizia che il prof. Frassi, Direttore dell’Ufficio d’Igiene, aveva “cortesemente
fornito le informazioni più complete circa la forma epidemica ora diffusa in
città”. Con un largo giro di parole e per nascondere la grave realtà, si
diceva che “già varie parti d’Italia ne sono state colpite, prima della
nostra regione”. Contrariamente
poi a quanto sostenuto in
precedenza, si dava atto che l’epidemia si era manifestata in Parma a partire
dal 20 agosto e che “fortunatamente le misure prese dalle autorità
militari hanno circoscritto e anche in qualche parte sopito l’epidemia. Ed è
sperabile che anche nella popolazione civile la diffusione vada diminuendo”.
L’articolo
proseguiva riportando alcuni consigli: “astenersi da agglomerati e da
stravizi di ogni genere”, si suggeriva anche che “ i malati debbono
essere lasciati tranquilli e isolati il più che si può, facendoli assistere da
una sola persona della famiglia”. Si dava poi atto che “il numero dei
casi sembra essere alquanto diminuito negli ultimi giorni”. Quel “sembra”
altro non era che un maldestro tentativo di nascondere una grossa bugia.
Infatti, in
chiusura di articolo, si poteva leggere che l’autorità comunale aveva vietato
al pubblico, per ragioni igieniche, l’entrata nel Cimitero e che i morti nella
settimana dal 26 agosto al 1 settembre erano stati 113, di cui 47 militari. Dati
che contrastavano vistosamente con quanto asserito nell’articolo stesso.
Infatti nella settimana precedente, come abbiamo riferito, i morti erano stati
77 di cui 37 militari: i decessi erano quindi in notevole aumento e non in
diminuzione. In realtà la città di Parma era in preda alla “spagnola”
anche se la popolazione veniva tenuta all’oscuro di quanto stava accadendo.
La
spagnola entra in paese
Venerdì,
4 ottobre: a Borgotaro moriva Maria Spagnoli di anni 68, moglie di Pietro Previ.
Lunedì, 7
ottobre moriva presso l’Ospedale Civile Giovanni Ferranti di 27 anni, profugo.
Martedì, 8
ottobre: a San Vincenzo moriva Maria Tosi di anni 28, maestra, moglie di
Giuseppe Costadasi e a Borgotaro Maria Rotelli in Barusi, di anni 38
Mercoledì,
9 ottobre: a Borgotaro moriva Armando Mussi di anni 14.
Per tutti
identica è la causa del decesso: bronco-polmonite influenzale.
Era ormai
chiaro che la “spagnola” era arrivata anche a Borgotaro.
Verso gli Stati Uniti (2)
Il
bastimento, dopo aver lasciato Genova, puntò verso la Spagna. Prima di
affrontare la traversata dell’Atlantico avrebbe infatti attraccato in un porto
spagnolo.
Giovanni
Franza, la moglie e il figlio, mescolati fra tanti emigranti, non si separavano
mai. Troppo fresca era ancora la ferita dovuta all’abbandono di parenti e
amici per poter gustare quella traversata che la buona stagione e un mare liscio
lasciavano prevedere ottima. D’altra parte avevano ormai puntato su quel
viaggio, avendo venduto quanto possedevano per acquistare i biglietti. Mesi di
sacrifici, negandosi pure il necessario, ma tutto finalizzato a raggiungere
l’America dove, così avevano assicurato lontani parenti, avrebbero trovato
lavoro e soddisfazioni.
Il 4 ottobre
Maria Leonardi cominciò a sentire i primi sintomi della malattia. Qualche
brivido subito giustificato con l’esposizione all’aria fresca serotina, poi
un febbrone tale da richiedere l’intervento del medico di bordo. Non ci volle
molto, a quest’ultimo, per diagnosticare ciò che più si temeva a bordo:
l’influenza spagnola.
Per Maria fu
subito deciso l’isolamento, cosicché la famiglia per qualche giorno conobbe
la durezza della separazione. Ma una volta raggiunto il porto spagnolo, ben
altri furono i problemi da affrontare.
Il
comandante della nave, su parere del medico di bordo, aveva infatti deciso che
Maria non avrebbe potuto proseguire il viaggio. Non poteva sbarcare negli Stati
Uniti chi era ammalato di “spagnola”.
Una nave
della stessa Compagnia, di ritorno dagli USA e diretta in Italia, l’avrebbe
riportata a Genova, mentre marito e figlio avrebbero potuto proseguire il
viaggio.
Fu una
scelta dolorosa e sofferta. Tornare tutti a casa poteva sembrare la decisone più
saggia. Ma come avrebbero potuto vivere al Borgo senza più lavoro, né soldi, né
beni. Come avrebbero potuto nuovamente risparmiare soldi per un nuovo viaggio al
quale non volevano rinunciare?
Decisero così
di separarsi. Giovanni e il figlio avrebbero proseguito, Maria sarebbe
“rimpatriata” per raggiungere poi, una volta guarita, l’America.
Negli
elenchi degli ammalati di influenza con gravi complicanze che il dottor Spagnoli
quotidianamente inviava alla Prefettura di Parma, troviamo segnalata sotto la
data del 12 ottobre Maria Leonardi di anni 33, coniugata con Giovanni Franza. A
tale data dovrebbe risalire il suo ritorno al Borgo. Se la caverà, e il suo
nome non comparirà nell’elenco delle persone decedute.
Qualche mese
dopo, infatti, raggiungerà marito e figlio negli Stati Uniti, tuttavia la sua
salute, dopo le complicazioni polmonari sofferte a causa dell’influenza,
resterà sempre precaria. (Fine)
LA
PRIMA QUINDICINA DI OTTOBRE
Prime
cifre
L’Ufficiale
Sanitario del Comune di Borgotaro, dottor Giovanni Spagnoli, veniva invitato
dalla Prefettura di Parma a compilare, oltre i soliti elenchi mensili contenenti
i dati relativi ai decessi di ogni genere, anche un “telegramma espresso di
Stato” giornaliero col quale si dovevano segnalare soltanto i nomi delle
persone decedute per “spagnola”, nonché quelli di coloro che colpiti dalla
malattia presentavano gravi complicanze.
Dalla
consultazione di tali telegrammi apprendiamo così che nella prima quindicina
del mese di ottobre furono quarantuno le persone segnalate perché
colpite da “spagnola” con gravi complicanze. Di queste, ventuno
moriranno nel giro di pochi giorni.
Ciò
significa che ogni due ammalati con complicanze, uno moriva.
Come si può
notare la maggior parte delle persone risulta risiedere a Borgotaro(28), a
Belforte(4) e a San Vincenzo(3). Appunto queste località possono essere
considerate, come dimostreranno anche i dati successivi, i principali focolai
dell’epidemia nel territorio del nostro comune.
Statisticamente,
comunque, il primo caso ufficiale
di “bronco-polmonite da influenza” denunciato dall’Autorità
Sanitaria, si verificò a San Vincenzo. Si trattava, come già accennato, di
Domenico Delmaestro di anni 44. Il suo nome, tuttavia, non si trova tra quello
delle persone decedute.
I dati
evidenziano anche la presenza tra le vittime, fin dalla prima quindicina, di due
militari e due profughi.
Per quanto
attiene all’età delle persone decedute, la “spagnola” non pare infierire
su una particolare fascia d’età. Infatti
abbiamo bambini di pochi anni, qualche anziano, ma anche molti giovani e
persone in età lavorativa.
Ecco l’elenco completo con la data di inizio
malattia e quello dell’eventuale successivo decesso(i nomi delle persone
decedute sono in corsivo-neretto).
Sociali Irma
N. N.
anni 16
29/09/18
Bronco-polm.infl. 01/10/18
Belforte
Spagnoli Maria
Giacomo
anni 68
04/10/18
Borgotaro
Ferranti Giovanni
Giuseppe anni
27
Bronco-polm.infl 07/10/18 Profugo
Rotelli Maria
in Barusi anni 38
04/10/18 Bronco-polm.
infl. 08/10/18
Borgotaro
Brugnoli Luigi
Giovanni
anni 53
07/10/18
"
" "
12/10/18
Borgotaro
Tosi
Maria
M.Antonio anni
28
12/10/18 S.Vincenzo
Scagliola
Margherita
Giuseppe
anni 12
04/10/18
" "
"
Borgota
Bini
Isacco
anni 23
07/10/18
"
" Borgotaro
Baruffati
Nino
Cesare anni 22
07/10/18
"
" "
S.Vincenzo
Mussi
Armando Giacomo anni
14
09/10/18
9/10/18
Borgotaro
Scagliola
Maria
Antonio anni
60 11/10/18
Borgotaro
Pini avv.
Enrico
anni 28
10/10/18
Gastrite grave
Borgotaro
Costa
Angela
Giuseppe
anni
25
10/10/18 Bronchite
infl.
Borgotaro
Zanrè
Ernesta
Giovanni
anni
20
10/10/18 Bronchite
infl. 12/10/18
S.Vincenzo
Da Pozzo
Giobatta
Gio Batta
anni
57
13/10/18
Profugo
Brugnoli
Maria
Giuseppe
anni
75 15/10/18
Borgotaro
Benassi
Adele
anni 29
10/10/18
Bronchite infl. 16/10/18 Borgotaro
Mussi
Veronica
Luigi
anni 15
10/10/18 Bronchite
infl.
Borgotaro
Bonici
Luigi
Antonio
anni 26
10/10/18 Bronchite
infl.
Borgotaro
Marchini
Enzo
Gio Battista
anni
7
10/10/18 Bronchite
infl.
Borgotaro
Cavazzini
Francesco Giovanni
anni 3
10/10/18
Bronchite infl.
19/10/18 Belforte
Acquistapace Linda
Savino
anni 20 10/10/18
Enterocolite infl.
Borgotaro
Gasparini Caterina
anni 78
10/10/18
Bronchite infl.
17/10/18 Borgotaro
Ferrari
Giovanni
Giacomo
anni
59
12/10/18 Bronco-polm.infl.
Borgotaro
Leonardi
Maria
in Franza
anni
33
12/10/18 Bronco-polm.infl.
Borgotaro
Cordani Vincenzo
Costantino anni
46 12/10/18 Bronco-polm.infl.
14/10/18 Borgotaro
Ferrari
Margherita
in Onesti
anni 67
12/10/18 Bronco-polm.
infl.
Borgotaro
Cavazzini
Giovanni Giuseppe anni
36
12/10/18 Bronco-polm.infl.
1 7/10/18
Belforte
Previ
Natale
Antonio anni
59
12/10/18 Bronco-polm.infl.
Borgotaro
Albano
Vincenzo Giuseppe anni 24
12/10/18
Bronco-polm.infl.
18/10/18 Militare
Molinari
Giuseppe
Luigi
anni 7
12/10/18 Bronco-polm.infl.
Borgotaro
Fusina
Attilio
Giovanni anni
17
12/10/18 Enterite
infl.
Belforte
Ardissi
Florinda
Ottavio anni 17
12/10/18 Enterite
infl.
Gorro
Bazzani
Giuseppe
Antonio anni 13 12/10/18 Bronco-polm.infl.
12/10/18
Borgotaro
Bazzani
Giovanni anni 1 13/10/18
13/10/18 Borgotaro
Baudassi
Nino
Romano
anni 10
14/10/18 Pleuro-polm.infl.
Borgotaro
Spagnoli
Antonio
Daniele
anni 9
14/10/18
Pleuro-polm.infl.
Borgotaro
Ramelli
Romualda
anni 15
14/10/18
Bronco-polm.infl.
Borgotaro
Gemignani
Antonio
Bortolo anni
17
14/10/18 Bronch.
Enter.infl.
Profugo
Capella
Desolina
Angelo anni
6 14/10/18 Bronco-polm.infl. 14/10/18 Borgotaro
Loigo
Arturo anni 36
14/10/18 Bronco-polm.infl.
14/10/18 Militare
N.B. Sono
stati conteggiati nella prima quindicina di ottobre tutti coloro che hanno
contratto la malattia in tale periodo, anche se il decesso è poi avvenuto
successivamente al 15 ottobre.
L’eccezionalità
della situazione, la fretta di agire, le oggettive difficoltà di
comunicazioni( non si deve dimenticare che il dottor Spagnoli raggiungeva le
molte frazioni a cavallo e solo in rari casi le abitazioni potevano essere
raggiunte con il taxi di Rampa), l’accumularsi delle segnalazioni di tipo
giornaliero, settimanale e mensile, indurranno l’Ufficiale Sanitario in
alcuni errori sia in riferimento al numero dei decessi che all’età delle
persone e alla data di morte. Spesso il medico veniva informato in ritardo dei
vari decessi e doveva fidarsi della testimonianza dei parenti o dei vicini
sull’età e la data di morte. Questo giustifica alcune lievissime
discordanze che ho potuto rilevare dal confronto tra le denunce settimanali,
mensili e giornaliere e tra queste e gli atti di morte contenuti nel Registro
di Stato Civile. Inoltre alcuni decessi avvenuti presso l’ospedale che si
riferivano a militari, prigionieri o persone di passaggio a Borgotaro,
venivano denunciati dalle Suore per mezzo di elenchi informali, spesso carenti
di dati.
L’elenco
alfabetico dei morti a causa di “spagnola” che viene riportato in fondo al
volume è il risultato di un attento confronto tra le varie fonti e tiene
anche conto delle trascrizioni di atti di morte relativi a soldati borgotaresi
deceduti sotto le armi a causa della “spagnola”. Riteniamo, quindi, possa
considerarsi il più completo.
Mancano
le casse da morto
L’alto
numero dei decessi dovette cogliere di sorpresa le autorità locali, infatti
il 15 ottobre il Sottoprefetto del Circondario di Borgotaro inviava al Sindaco
la seguente lettera “urgentissima”:
“Mi
consta che da ieri trovansi giacenti nella camera mortuaria dell’ospedale
tre cadaveri, di cui uno dal 13 corrente, a causa, mi si dice, della mancanza
di casse per poterli seppellire.
Data la
gravità del male che imperversa nel Comune, la S.V. comprenderà la necessità
che i cadaveri siano il più sollecitamente sotterrati.
La
prego pertanto, provvedere per l’inumazione dei cadaveri non oltre
mezzogiorno di oggi, e l’avverto che, in casi contrario, subentrerà questo
Ufficio in tale provvedimento”.
f.to Bozzoli
Il giorno
seguente il Sindaco di Borgotaro rispondeva:
“In
riscontro[…]informo la S.V. che per due degli accennati tre cadaveri venne
già provveduto e che per uno si sta provvedendo ora. Il ritardo è stato
causato dalla mancanza di tavole per la costruzione della cassa. Questa
Amministrazione allo scopo di evitare i reclamati inconvenienti cercherà, se
le sarà possibile trovare legname, di tenersi una conveniente scorta di
casse”.
La
mancanza di legname in una zona ricca di boschi come la nostra, può
meravigliare il lettore, occorre quindi precisare che durante la guerra erano
stati istituiti su tutto il territorio nazionale degli appositi “Comitati
Legname” che avevano il compito di requisire materiale legnoso che veniva
inviato al fronte per costruzione baracche, ospedali da campo, trincee ecc.
Il
materiale requisito sui nostri monti veniva inviato al “Deposito Legna
d’Armata” di Parma.
E’
infatti dalla Direzione di questo che in data 15 ottobre si autorizza la
“segheria militare” di Borgotaro alla “cessione al Comune di
Borgotaro di tavole per casse mortuarie, dietro pagamento”. Come si può
notare dalla documentazione che si riproduce, si tratta di “tavole di
ontano n.19 per mc. 2.000”.
Borgotaro
Chi dovesse pensare al Borgo di allora, quello del tempo
della spagnola, avendo come riferimento l’attuale, cadrebbe in un grande
errore.
Alfredo Panzini, scrittore romagnolo, nel suo libro “Viaggio
di un povero letterato”(1913) così descrive il nostro paese, dopo
esservi capitato quasi per caso:
“..perché ho preso questo deserto piccolo treno che
da Sarzana va a Parma? Non lo so. So che sono padrone di tutta la prima
classe…dopo due ore che il treno saliva, mi venne in mente che, poi, avrebbe
cominciato a scendere. Così avvenne che mi trovai a terra.
- Guardi che il treno parte subito.
- Rimango.
Fu per tale ragione che sono disceso a Borgotaro,
luogo deserto fra i monti. Ma dove è Borgotaro? E’ lontano dalla stazione
deserta e solitaria là dove io ero. Ma cosa fare lì? Il paese di Borgotaro
si disegna a corona, distante circa un chilometro dalla stazione. Un nastro di
strada, larga, bianca, vi conduce. Mi avviai piano piano
Borgotaro!
Borgotaro triste, cadente, diroccato borgo, chiuso
nelle mura dell’antico castello. Come fa la gente qui a consumare le
ventiquattro ore dell’esistenza giornaliera?
Io non ci potrei consumare due ore. Mi ricordai che
presso questo castello passò negli anni 1494 Carlo VIII, re di Francia,
quando mosse alla conquista del Reame di Napoli. Il meriggio divampava ardente
fra i silenzi dell’Appennino. I bimbi, infilzati su le baionette bulgare, mi
chiamarono alla mente il Re Carlo VIII, con la lancia alla coscia, che
infilzava l’Italia. Queste stravaganti fantasie mi ballavano dolorosamente
nella testa in quel meriggio. Tutt’effetto di nervi non riposati. Se avessi
riposato a Pisa, il pensiero doveva essere questo: Dove è un’osteria? Dove
si mangia bene a Borgotaro?
Me ne tornai indietro da Borgotaro senza far
colazione, in compagnia di un vecchio che incontrai per via“.
Questa era l’impressione che il Borgo offriva a chi vi
arrivava per la prima volta!
La cittadina era tutta raccolta all’interno delle sue
mura, anche se in qualche tratto ormai demolite, e le poche costruzioni sorte
fuori del centro erano l’edificio scolastico da poco ultimato, la villa
Baruffati nel viale, il lazzaretto in Pareto, il vetusto, antigienico albergo
Datti, situato al di la del Rio Ri, nei pressi dell’attuale Albergo Roma e
la Stazione ferroviaria che i progettisti avevano voluto tenere lontana più
d’un chilometro dal centro.
Le auto potevano entrare nel centro dal lato di Porta Nuova e non v’era
altro modo d’entrare né d’uscire perché l’attuale via Brigate Julia
che dal Portello conduce verso la Chiesa di Sant’Antonino ancora non
esisteva. I carri vi avevano accesso anche attraverso la salita di Porta
Portello che immetteva direttamente nella via Principale, allora Via Vittorio
Emanuele.
Soltanto qualche anno dopo arriverà la grande espansione
edilizia, con la costruzione dell’Albergo Appennino(1924), dell’Albergo
Roma(1926) e l’edificazione
dell’intera lottizzazione “Pareto”, tanto vasta da essere chiamata “Borgonuovo”.
Nell’autunno del 1918, quando improvvisa s’affacciò
la spagnola, al Borgo si stava vivendo una situazione particolarmente
delicata.
Intanto dal fronte di guerra giungeva uno stillicidio di
cattive notizie: già 156 erano i caduti e numerosi i feriti gravi, tornati
senza una gamba, un braccio o un occhio.
Immaginiamoci l’impatto di quei morti e di quei mutilati, mariti,
padri o figli che fossero, sulla popolazione. Nello stesso tempo la guerra
aveva portato nuovi disagi. Da una parte le notevoli restrizioni anche di tipo
alimentare con razionamenti di carne, pane e mercato nero d’altri generi
quali latte e uova introvabili se non a prezzi proibitivi,
dall’altra la presenza in paese di colonie di profughi, di varie compagnie
di militari e di numerosi prigionieri di guerra.
Convivenze non facili: profughi poveri, disperati e
litigiosi, costretti a vivere
alla giornata; militari d’ogni sorta(61° fanteria, 5° Genio, Compagnia
Boscaioli, Carriaggi, Drappello ferroviario ecc.) che non solo avevano
occupato il nuovo edificio scolastico e il Teatro Comunale, ma tenevano
cavalli e muli in stalle poste nel centro del paese provocando, come vedremo,
non pochi problemi anche d’ordine igienico; prigionieri ovunque: nella
chiesa di San Rocco, a Ghiaia Campana e nelle varie frazioni, la cui
sopravvivenza spesso era affidata al buon cuore dei borghigiani.
A tutto questo s’aggiunga l’assenza degli uomini più
validi impegnati al fronte, con famiglie alle prese con tante difficoltà.
Su questa comunità, a partire dall’ottobre, stenderà
la sua ombra di morte la spagnola, che in tre mesi si porterà via un numero
di morti quasi uguale a quello registrato tra i militari in quattro anni di
guerra.
La
maestra di San Vincenzo
Maria
Anita Tosi aveva 28 anni: da cinque aveva ottenuto il posto d’insegnante
elementare a San Vincenzo, frazione del Comune di Borgotaro.
Una
pluriclasse pesante perché frequentata anche dai bambini della vicina
frazione di Rovinaglia.
Nativa
di Pontremoli, Maria Anita aveva dovuto trasferirsi a San Vincenzo perché i
mezzi di trasporto d’allora non consentivano il pendolarismo. Le era
comunque bastato un anno per far breccia nel cuore di Giuseppe Costadasi,
appartenente ad una delle più antiche famiglie del posto e metter su casa. Si
sposarono e l’unione fu presto allietata, ad un ritmo biennale,
dall’arrivo di Dirce(1914) Giulia(1916) e Alberto(1918).
La
mamma, per seguirla ed esserle d’aiuto, aveva lasciato anche lei Pontremoli
per aprire un negozio a Borgotaro, in Via Nazionale, allora Via Vittorio
Emanuele.
Domenica,
6 ottobre, Maria Anita, insieme al marito, si era recata a Borgotaro
nell’abitazione della mamma presso la quale, ormai che la scuola era
iniziata, viveva Dirce, la sua figliola di quattro anni. Nella casa di San
Vincenzo teneva Giulia di due e l’ultimo arrivato che le dava un gran da
fare. Per fortuna una buona mano le veniva da Ernesta, una sua cugina di
diciannove anni che essendo rimasta orfana di madre, cercava nella zia
quell’affetto che forse la matrigna non sapeva darle.
Mentre,
verso sera, rientrava a piedi a San Vincenzo, Maria Anita cominciò a sentire
una certa spossatezza e qualche brivido percorrerle il giovane corpo. Non se
ne preoccupò più di tanto, d’altra parte con una famiglia così pesante e
un piccolo da allattare, altro che spossatezza.
La
sera, al lume della lucerna a olio, mise
a letto Alberto e Giulia, poi rimase per un poco nei pressi della stufa nel
tentativo di scaldarsi e scacciare quei brividi che stranamente
s’accompagnavano ad un viso che sempre più andava avvampandosi. Si sentì
addosso un febbrone…e si coricò con il pensiero rivolto ai figli e agli
scolari, sperando in cuor suo che l’indomani avrebbe ripreso a servire
questi e quelli.
Il
mattino seguente non vi fu miglioramento, per cui il marito pensò bene di
isolare i bambini e chiedere l’intervento del medico dottor Giovanni
Spagnoli che giunse sulla tarda mattinata con il suo cavallo dal pelo marrone.
Ci
volle poco al medico diagnosticare una “bronco polmonite da influenza”.
Non restava che sperare nella buona sorte.
Vicino
al letto di Maria Anita, stava spesso Ernesta che faceva la spola tra i
bambini e la cugina. Invano quest’ultima la invitava a starle lontana, ma
alla ragazza non sembrava vero di potersi rendere utile alla persona che
sempre l’aveva aiutata.
Martedì
8 ottobre, la febbre non diede tregua e nel pomeriggio Maria Anita, la giovane
maestra di San Vincenzo, morì.
Forse
il suo ultimo pensiero andò ai piccoli figli che lasciava soli, tra sé
sperando nell’aiuto di Ernesta.
La
morte arrivò lasciandole questa illusione, infatti Ernesta pagherà a caro
prezzo la sua generosità e l’affetto per la cugina: più sfortunata degli
altri contrasse il virus di quella mortale influenza e nell’elenco delle
persone decedute di “spagnola” troviamo, sotto la data del 12 ottobre, il
suo nome: Ernesta Zanrè di anni 19, di Giovanni e Metilde Costadasi.
Qualche
giorno più tardi,
nella casa di Pradolino, morirà anche Giuseppe, di soli due anni,
fratellastro di Ernesta.(Fine)
Al “caru pian” d’ Maslon
A quel tempo, benché il cimitero fosse lontano,
s’usava portarvi a spalla la bara con il defunto. Il paese era ancora chiuso
all’interno delle sue mura e l’unica costruzione importante posta al di
fuori, era il nuovo edificio scolastico. Ci si conosceva quindi tutti e ogni
funerale vedeva la partecipazione dell’intero paese.
Ai tempi della spagnola, precise disposizioni vennero a
vietare non solo gli annunci mortuari, il suono delle campane a morto, le
cerimonie in chiesa, le corone, ma anche i funerali, ossia il trasporto al
cimitero. Se si può comprendere il pericolo di contagio rappresentato dal
grande concorso di gente che si verificava in occasione dei funerali,
incomprensibili dal punto di vista della prevenzione erano gli altri divieti,
il cui scopo era soltanto quello di non allarmare la popolazione e nascondere,
di fatto, quello che stava accadendo.
Nelle città, i divieti riuscirono in parte a nascondere
l’entità della tragedia in corso, ma nei paesi come il nostro, tutti
sapevano quando una persona s’ammalava, figuriamoci in caso di morte.
Ogni villaggio, paese,
o città, s’organizzò a suo modo.
A Borgotaro “Maslon”, che di nome faceva Antonio
Boffetti, ebbe l’incarico del trasporto delle salme al Cimitero.
All’epoca aveva 57 anni, abitava, e aveva la stalla,
nella casa che fa angolo tra via Battisti(allora Via di Mezzo) e la Via San
Domenico.
Erano molte le famiglie al Borgo che vivevano grazie alla
razza equina, tanto che nel centro numerose erano le stalle. In assenza, o
quasi, di strade “roteabili”, i trasporti avvenivano quasi sempre a dorso
di mulo: legna, carbone, castagne, vino che dalle frazioni venivano condotti
in paese, trovavano nelle lunghe carovane di muli il mezzo di trasporto più
usato.
I più fortunati e benestanti utilizzavano i cavalli, che
esigevano cure maggiori, necessitavano di carri con ruote e finimenti costosi.
Anche tra costoro v’erano differenze e si distinguevano
in “casuneri” e “barateri”. I primi in genere avevano un solo cavallo,
a volte un mulo, con un carro a quattro sponde e due ruote molto alte. La loro
attività abituale era quella di andare al Taro per caricarvi e trasportare
ghiaia, sabbia o sassi, questi ultimi da portare ad uno dei due stabilimenti
per la produzione di calce e cemento presenti in loco.
I “barateri” appartenevano alla categoria più
elevata del settore. Avevano una stalla con più cavalli; anziché “ al
cason”, avevano la “bara” sempre a due ruote, con due sole sponde
laterali, adatta per carichi voluminosi e più “nobili”.
Maslon era un “barater’” ed effettuava trasporti da
e per la Stazione Ferroviaria, ma a volte si spingeva per servizi anche a
Parma e a Varese Ligure.
Il massimo per un “barater’” era avere “al caru
pian”, di grande superficie, quattro ruote di minori dimensioni, senza
sponde. Ciò permetteva il trasporto anche di merce voluminosa e maggiore
facilità di carico e scarico.
Maslon apparteneva a questa categoria, così il Sindaco
per il trasporto dei cadaveri al cimitero, pensò subito a lui e al suo
“caru pian” che, avendo lo “snodo” in corrispondenza delle prime due
ruote, aveva facilità di manovra e poteva quindi muoversi agevolmente per le
vie del paese.
Ogni mattina Maslon si portava con il carro a Ghiaia
Campana, un chilometro fuori del paese, dove si trovavano numerosi prigionieri
austriaci, e cominciava il suo lungo e triste viaggio che, attraverso le varie
vie del paese, sarebbe terminato al cimitero.
Lungo la strada avrebbe raccolto, portone per portone, le
salme, non sempre in cassa, che la spagnola aveva voluto ghermire.
E’ rimasto a lungo nella memoria dei vecchi il ricordo
di quel carro, che gli zoccoli del cavallo urtando il selciato in pietra,
annunciavano da lontano.
Ogni mattina, quando al “pian” d’ Maslon cominciava
il suo lento, lugubre cammino lungo le vie del paese, da dietro gli stipiti
delle finestre centinaia di sguardi scrutavano il carro per rendersi conto del
numero dei morti dell’ultima nottata. In questo modo ogni bara, prima che
Maslon uscisse da Porta Portello per prendere
la lunga erta che portava al Cimitero, veniva accompagnata da questi
sguardi che preoccupati e impietositi erano, a loro modo,
un forma di funerale virtuale.
A questi sfortunati, infatti, non era nemmeno consentito
l’onore del cimitero. A loro venne riservata una zona esterna sul lato che dà
verso il paese. Ammucchiati in fosse comuni, venivano abbondantemente
ricoperti di calce viva, prima che su di loro venisse cosparsa la terra.
Una “nota spese” presentata da “Maslon” mostra,
più di ogni altro dato, quale doveva essere il clima che si stava vivendo in
paese, al punto che lui stesso non conosceva le generalità delle salme che
trasportava al cimitero.
La sua nota, che sembra quasi riferita a merce e non a
cristiani, inizia con “un militare profogo N.1 - £.15” e poi “due
done profoghe N.2 - £.30”. E più avanti “Preso a San Roco quelo
di Bonici - £.15”; “Un banbino di Nangö - £.15”.
Quello del trasporto dei cadaveri al cimitero, doveva
essere a quei tempi un buon lavoro. Agli atti si trovano molti pagamenti
a persone diverse. Parrebbe di capire che questi ultimi esplicassero il
loro ufficio nelle zone dove il carro “d’ Maslon” non riusciva a
giungere. Costoro infatti, diversamente da lui, ricevevano dal comune un
compenso di £ 30, anziché 15.
Risultano, tra coloro che effettuano tali trasporti:
Giuseppe Dallara(salma di Giuseppe Bazzani); Lazzaro Leonardi(salma di Luigi
Brugnoli); ancora Giuseppe Dallara(salme di Maria Spagnoli e Tambini Egidio)
Maslon doveva essere di pelle dura, se ebbe la fortuna di
non contrarre la spagnola. Meno fortunata fu la moglie, Catterina Delnevo che,
a parere della nipote Rina Boffetti, morì di spagnola.
In realtà il suo nome non risulta tra quelli segnalati
dall’Ufficiale Sanitario, segnalazioni che come diremo più avanti,
terminano con il 31 dicembre. Catterina muore invece il 10 maggio 1919.
La
licenza (1)
Angelo
Capella era orgoglioso dei suoi figli: ne aveva cinque. Quattro femmine, Maria(1906),
Clementina(1908), Giuseppina(1909), Desolina(1912) e un maschietto di nome
Giovanni: l’ultimo della nidiata, di soli quattro anni.
Un
vero peccato, per Angelo, non poter essere con loro, ma trovarsi al fronte
impegnato in una guerra che pareva non finire mai.
Ricordava
bene il viso delle bambine, ma di Giovanni, che aveva potuto vedere soltanto
per pochi giorni l’anno prima, non rammentava nulla. A volte, quando non era
di turno alla trincea, si chiedeva come fosse quell’ultimo figlio: biondo o
scuro? Magro o paffutello? Calmo o vivace? Quel maschietto l’aveva tanto
atteso ed ora ch’era finalmente arrivato non poteva goderlo.
Al
fronte, ogni tanto, si sentiva parlare di “grande offensiva”, di
“attacco finale”, parole che nulla di buono promettevano ai combattenti,
ma Angelo pensava che se ciò fosse servito a porre termine alla guerra,
avrebbe accettato anche quel rischio. Nei momenti in cui era preso dalla
paura, il suo pensiero andava ai figli: sì, valeva la pena giocarsi tutto e
sperare di poter tornare al più presto in famiglia.
Grande
fu la sorpresa il giorno in cui, insieme alla solita lettera, trovò la foto
dei bambini. Nessun regalo sarebbe stato più gradito. Finalmente poteva
vederli com’erano: belli, ben messi, simpatici. Aveva una brava moglie. La
“grande offensiva”, ormai, non lo avrebbe più spaventato.
Rosa
Marioni, la moglie di Angelo, viveva con i figli due passi fuori dal Borgo, in
località Pianazze. Una casa di scarse pretese: una cucina, una sala e due
camerette.
Le
bambine frequentavano la scuola, mentre Giovanni stava con la mamma tutta la
giornata.
Poi
tutto cambiò d’improvviso. Angelo non se l’aspettava, ma la domanda
avanzata ai superiori per ottenere una licenza di quindici giorni,
giustificata dalla necessità di provvedere alla vendemmia, venne accolta. Si
trattava della classica “licenza agricola”.
Arrivò
al Borgo verso la fine di settembre, avrebbe trascorso quindici giorni con la
famiglia lontano dalla trincea e da quella guerra spietata(1-continua).
Le iniziative del
Comune
Di
fronte a quella che si stava ormai configurando come una vera e propria
epidemia che stava decimando la popolazione del Borgo, il Consiglio Comunale
pareva incapace di assumere la benché minima iniziativa. Anch’esso decimato
per l’assenza continua di sei membri
richiamati sotto le armi, ma anche perché non v’era famiglia che non
contasse un ammalato, s’incontravano non poche difficoltà a riunirlo.
In realtà
il 15 ottobre, quando già erano decedute 12 persone, il Sindaco aveva inviato
al Prefetto di Parma il telegramma che segue:
“Dato
estendersi influenza anche nelle frazioni e in forma grave, locali medici sono
impossibilitati disimpegnare servizio. Prego inviare almeno 2 medici”.
La
risposta del Prefetto dott. Colla giunse il 18 dello stesso mese.
“Riscontro
dispaccio odierno…spetta a V.S. provvedere per assegnare assistenza
sanitaria con altri medici. Questa Prefettura non ne ha…Se in loco trovasi
qualche medico militare…inviare generalità al Corpo per richiedere che
coadiuvi”.
L’iniziativa
dovette avere un esito positivo. Lo dimostrerebbe una lettera del 22 con la
quale il Capitano Fantucci, Comandante del Presidio Militare di Borgotaro,
comunicava al Sindaco che “d’ordine
della Direzione Sanità Militare il medico Capitano Francesco Mannino
collabori con ufficio sanità di Borgotaro”.
Il 24
dello stesso mese il Mannino si metteva a disposizione dell’Ufficiale
Sanitario e da questo destinato alle frazioni di Caffaraccia, Tiedoli,
Gorro e Belforte.
Si deve
comunque giungere al 26 ottobre, quando già erano decedute venti persone, per
trovare un atto ufficiale dell’Amministrazione. Quel sabato veniva infatti
riunita la Giunta Municipale nel corso della quale si adottava la
deliberazione che si riporta:
“La
Giunta viste le attuali e poco tranquillanti condizioni della salute pubblica
causa il prorogarsi dell’influenza
delibera
unanime
di nominare una Commissione all’igiene, con preciso compito di vigilare e
denunziare all’Ufficio Comunale sugli inconvenienti che possono verificarsi
in materia di igiene per gli opportuni provvedimenti designando a comporla
Griffith Conte Luigi, Stoto Antonio, Crema Felice, Fontana Domenico”.
Non era
certamente il massimo che si potesse fare, d’altra parte gli amministratori
poco potevano per fronteggiare una simile congiuntura.
IIl Conte
Luigi Griffith, componente della Commissione, in data 26 novembre, perderà a
causa della “spagnola” il figlio Angelo di 17 anni.
Processo
al paese
Come
spesso capita nei casi in cui la scienza nulla può contro una malattia, si
cerca di addossare la colpa all’ammalato, secondo la logica ben descritta
dalla Tognotti detta “blaming the victim”.
L’ammalato viene redarguito per i suoi comportamenti e le sue abitudini di
vita: “Mangi poco e male, la tua igiene lascia a desiderare, sei imprudente
e così ti ammali. Colpa tua!”
Pare,
infatti, strano che le varie Autorità s’accorgano di certi inconvenienti
soltanto nei momenti di grande difficoltà.
Così le
recriminazioni, le diffide, le denunce, le segnalazioni che improvvise e
numerose spuntano in quei giorni, non sono forse un inutile polverone
sollevato da chi non sapendo come affrontare la pandemia cerca di salvarsi
almeno la coscienza? Non si può dire che in Borgotaro i problemi non
esistessero, ma è certo che erano gli stessi degli anni precedenti per i
quali nessuno mai si era preoccupato di denunciare o eliminare.
Il via
alle polemiche partiva dal Sotto Prefetto di Borgotaro che scriveva al
Sindaco, in data 9 ottobre 1918, quando già si erano verificati vari decessi
per spagnola, una lettera dura e circostanziata.
“ Le
condizioni sanitarie generali e locali impongono urgentemente l’adozione di
rigorose misure di pulizia e profilassi per contrastare il dilagare della
epidemia di influenza, o quantomeno impedire che essa assuma carattere più
pericoloso e grave.
La
prima questione che si impone è la pulizia dell’abitato, sin qui assai
trascurata.
Anzitutto
occorre provvedere ad una più regolare e razionale spazzatura delle
immondizie, con disinfezione delle strade e dei locali più frequentati e più
facilmente soggetti ad infezione. Se manca per tale provvedimento il personale
civile, so che l’Autorità militare è disposta a dare soldati, e ad essi
bisogna ricorrere se è necessario.
Occorre
poi invitare l’Autorità Militare a curare la pulizia e disinfezione delle
stalle ove detiene cavalli e muli, e a mantenere pure una rigorosa pulizia
nelle località pubbliche, ove pratica il governo dei cavalli. Occorre pure
distribuire disinfettanti ai proprietari di stalle nel centro dell’abitato.
E’
poi necessario allontanare, approfittando almeno di questa occasione, tutti i
depositi di immondizie che anche in tempi normali infettano la città, e mi
consta invece che dietro la casa Corsini si continua a depositare rifiuti di
ogni genere con una sfida al più elementare buon senso e ad ogni norma di
igiene”.
Dopo aver evidenziato vari inconvenienti e suggerito alcuni interventi, il
Sotto Prefetto passava a ulteriori denunce, mettendo a nudo una situazione di
estrema delicatezza.
“Oltre la pulizia, deve l’Amm.ne Comunale curare il miglioramento
delle condizioni della popolazione nei rapporti dell’alimentazione. Io mi
sono già interessato presso la Prefettura per avere una maggiore assegnazione
di carne; altrettanto deve fare il Comune e frattanto curare che la poca
quantità assegnata vada a favore prima degli ammalati e poi della popolazione
che ne ha bisogno. Mi consta che certe osterie dispongano quasi tutti i giorni
di carne: ciò non è giusto perché salvo poche eccezioni, chi frequenta le
osterie lo fa non per stretto bisogno, e quindi, vincendo i legami di
parentela o le altre simpatie, alle osterie stesse deve essere concessa la
sola quantità di carne per le persone che non avendo famiglia, sono costrette
a frequentarle, e nella stretta misura corrispondente alla razione concessa
agli altri cittadini.
Così dovrebbe l’Amm.ne curare di superare la crisi della deficienza di
uova sul mercato, e del latte, procedendo anche rigorosamente contro i
rivenditori di esso, che lo adulterano nel modo
più indegno , e purtroppo finora colla sicurezza della impunità. Il campo che si
presenta a cotesta Amm.ne è senza dubbio vasto e difficile, ma essa
mancherebbe ai suoi più elementari doveri se trascurasse in questo grave
momento le misure atte a tutelare la salute pubblica.
Gradirò essere informato dei provvedimenti adottati.
Il
Sotto Prefetto
Bozzoli
Sulla lettera ognuno è in grado, penso, di formulare le
proprie considerazioni. Ritengo tuttavia opportuni alcuni chiarimenti.
Durante la Prima guerra mondiale, come già è stato
detto e ancora si dirà, erano in atto alcune restrizioni: in particolare
animali da carne e legname venivano requisiti e ridistribuiti.
Per la carne, ad ogni centro veniva assegnato un
quantitativo giornaliero che veniva determinato tenendo conto di tanti
parametri(uomini assenti perché in servizio militare, presenza di profughi,
popolazione rurale in grado di sopperire alla mancanza di carne bovina con
polli, conigli, cacciagione ecc.). Ciò chiarisce la frase del Sotto Prefetto
che parla di “ maggiore assegnazione di carne”.
A Borgotaro, a differenza di altri comuni
dell’Appennino Parmense, era presente un consistente nucleo urbano
all’interno del quale viveva un numeroso proletariato formato dalla parte più
povera della popolazione: quella che non dedicandosi al lavoro dei campi,
viveva spesso di espedienti, di piccoli lavori. Queste famiglie erano le prime
a risentire delle restrizioni perché impossibilitate a trovare alternative e
finivano per essere le vittime principali del rialzo dei prezzi e del mercato
nero. Da qui i tentativi delle Autorità per ottenere che Borgotaro avesse
l’assegnazione di una maggiore quantità di carne.
Comunque la lettera del Sotto Prefetto dava il via a una
serie di corrispondenze ed
interventi a incominciare dalla risposta del Sindaco che in data 12 ottobre
scrive:
“ Rispondo alla sua lettera […] informando:
Che ho disposto per una accurata pulizia
dell’abitato, ma che questo Comune è assolutamente sprovvisto di
disinfettanti, non avendone trovati né presso queste farmacie né dal
droghiere Fumagalli di Parma. Ne ho chiesto però telegraficamente alla R.
Prefettura.
Per le stalle occupate dall’Autorità Militare ho già
scritto da parecchi giorni per lo sgombro, sgombro però che a tutto oggi non
mi risulta sia avvenuto. Su tale argomento troverei opportuno il di lei
intervento.
In quanto riguarda l’alimentazione informo che già
da parecchi giorni questa Amministrazione si è rivolta al R. Prefetto per un
aumento di carne, ed oggi ebbi comunicazione che ne vennero accordati q.li
4(quattro), aumento però che nell’attuale difficile momento della salute
pubblica, è assolutamente insufficiente. Colgo perciò l’occasione per
pregare da V.S. Ill.ma a voler insistere presso il predetto sig. Prefetto per
una assegnazione adeguata agli attuali eccezionali bisogni aggiungendo che
data la responsabilità che incombe di fronte gli innumerevoli ammalati, mi
troverei nella spiacevole necessità, a tutela della pubblica salute, di dover
venir meno alle tassative prescrizioni fatte superiormente relativamente ai
consumi.
In quanto riguarda gli esercizi, posso assicurare
formalmente, che tanto pel criterio adottato da questa Amministrazione, quanto
per impossibilità, non vennero che in rarissime circostanze, e solo uno o due
esercizi con gran numero di pensionati, somministrate piccolissime quantità
di carne. La carne che la S.V,. Ill.ma accenna, viene invece dai vicini Comuni
per quanto abbiano una assegnazione inferiore di questa città.
Per le uova la S.V. Ill.ma già conosce quanto questa
Amministrazione ha fatto, ed ora non posso che aggiungere che se questo Comune
non potrà avere una rigorosa ed attiva assistenza da parte dell’Arma dei RR.
Carabinieri per impedire e punire severamente la poco delicata concorrenza
degli incettatori specialmente forestieri, non sarà mai possibile porger
riparo al grave inconveniente lamentato, e da me pure riconosciuto.
Pel latte questo ufficio sta escogitando dei
provvedimenti, e spero si potrà riuscire a migliorare le attuali condizioni.
Con osservanza
Per Il Sindaco
A,
Fortunati
Proprio il 18 ottobre, il Comune emetteva una ordinanza
con la quale veniva regolamentato il prezzo delle uova.
Questo il testo:
Visto che il prezzo attualmente in vigore per le
UOVA non corrisponde più a quello che si pratica commercialmente negli altri
centri;
Visto le vigenti disposizioni di legge in materia di
consumi;
ORDINA
Da oggi il nuovo prezzo d’acquisto delle UOVA viene
così stabilito:
Quello di acquisto dai produttori a lire
5,80 alla Dozzina
Quello di requisizione
a lire
5,90 alla Dozzina
Quello di rivendita
a lire
6,00 alla Dozzina
I contravventori al presente calmiere verranno
denunciato all’Autorità Giudiziaria pel procedimento di legge”.
Da segnalare anche una lettera del Sindaco al Comandante
della Compagnia Boscaioli nella quale, tra le altre cose, si diceva che:
“rappresentando
la permanenza dei cavalli di codesto spett.le Comando in questo abitato,
specialmente negli attuali eccezionali momenti, un grave inconveniente nei
riguardi della pubblica igiene, sarei a pregare perché detti cavalli vengano
trasportati altrove. Di tale parere sarebbero anche i locali medici condotti i
quali specialmente ora si preoccupano della pulizia del paese che molto
influisce sulla propagazione dell’attuale epidemia.”
Alla quale lettera, un’altra ne seguiva del seguente
tenore:
“Constandomi che i soldati di codesta compagnia si
recano ad abbeverare i cavalli alle pubbliche fontane, ciò che promuove
giusti lagni da parte di questa popolazione, prego vivamente la S.V., Ill.ma
che a tutela principalmente della pubblica igiene ciò venga subito evitato,
provvedendo all’abbeveraggio dei cavalli altrimenti.”
Poiché anche a quei tempi non era cosa facile trovare chi fosse disponibile ad accettare la
pur minima colpa, il Comando del Presidio Militare di Borgotaro, rigettava le
osservazioni del Sindaco, anzi passava al contrattacco rispondendo che “…nell’occasione
anzi lo scrivente quale comandante di Presidio richiama la S.V. su una
maggiore cura delle condizioni di pulizia urbana che lascia alquanto a
desiderare specie nelle vie interne del paese. Tale fatto in questo momento di
epidemia influenzale potrebbe essere causa di maggiore propagazione del male.
E’ necessario disporre anche per più volte al
giorno lo sgombro delle immondizie stradali, disinfezione con creolina e
sussidiari delle rivendite ed esercizi pubblici ove in genere sostano militari
e borghesi.”
La licenza (2)
Dopo una settimana di lavoro, Angelo Capella pensò fosse opportuno
portare un bel cestino d’uva al suo “padrone”: il signor Varazzani.
Aveva
saputo che si trovava a letto ammalato e prima di ripartire per il fronte
desiderava vederlo, salutarlo e ringraziarlo per il suo interessamento per
fargli ottenere la licenza agricola.
Qualcuno,
forse, cercò di metterlo in guardia sui pericoli di contrarre l’influenza,
ma per uno che tornava dal fronte certe preoccupazioni non avevano senso. Si
trattò comunque di una visita breve, ma qualche giorno dopo, quando ormai
stava preparandosi a ripartire, si manifestò un attacco febbrile. Bastarono
poche ore per capire che si trattava di “spagnola”. Ottenne un
prolungamento della licenza e il rinvio della partenza. Fu fortunato: in pochi
giorni superò la crisi. Ma la malattia aveva fatto ingresso nella casa delle
Pianazze.
Fu la
bambina più piccola ad ammalarsi per prima. Venerdì 11 ottobre, si manifestò
un leggero rialzo della temperatura e un poco di tosse. Cosa da poco, pensò
la mamma, un bel cucchiaio di miele nel latte caldo avrebbe risolto, come
altre volte, la leggera costipazione.
Due giorni
dopo vi fu un deciso peggioramento. Il medico parlò di influenza con
complicazioni bronco-polmonari. Lunedì, 14 ottobre, Desolina moriva.
Venerdì
18, quando Desolina già era stata sepolta, Giovanni, il figlio più piccolo,
s’ammalò. Le sue condizioni peggiorarono rapidamente. Anche per lui
influenza con gravi complicanze bronco-polmonari: la sua sorte era segnata.
Giovedì, 24 ottobre, il decesso.
Al fronte,
nel frattempo, era iniziata la “grande offensiva” e le nostre truppe
avanzavano ovunque.
La
vittoria arrivò prima del previsto e, subito dopo, vi fu l’armistizio.
Angelo Capella se l’era cavata: non sarebbe più tornato al fronte, ma
quella casa senza i due figli gli negò qualsiasi segno di gioia.
L’anno
dopo nascerà una bambina alla quale verrà dato il nome Desolina, in ricordo
della sorella scomparsa. (2-Fine)
La
seconda quindicina di ottobre
Nel
corso della seconda quindicina del mese di ottobre la situazione si complicò
ulteriormente e l’epidemia si mostrò in tutta la sua gravità.
Le
segnalazioni settimanali dell’Ufficiale Sanitario indicavano che il morbo
s’era ormai diffuso in tutto il territorio del Comune: vengono infatti
segnalati malattie e decessi in tutte le frazioni.
Le
segnalazioni che nella prima quindicina riguardavano quarantun persone con
ventuno decessi, passarono a ottantanove con cinquantasette
decessi e ciò stava ad indicare una notevole recrudescenza del male.
Ci furono
giornate particolarmente “nere”: il 19 morirono cinque persone; altrettante il 21. Terribili le tre giornate del 24,
25, 26 ottobre nel corso delle quali si registrarono diciotto decessi!
La
“Rumana” (1)
Nell’ottobre
del 1918, la famiglia Baudassi abitava in Via dell’Archivio, ora Via
Mazzini, nel palazzo ancor oggi contrassegnato dal civico n.4.
Romano, il
capo famiglia, era giunto a Borgotaro alla fine dell’ottocento come operaio
di un’impresa impegnata nei lavori di costruzione della ferrovia Parma-La
Spezia.
Sapeva
fabbricar chiodi e quella era la sua mansione nel cantiere. Al Borgo aveva
conosciuto Corinna Miodini di Fornovo che lavorava presso un bar del paese e
con lei si era sposato.
Quando i
lavori della ferrovia terminarono, Romano decise di restare tra noi: sapeva,
come detto, fabbricar chiodi e si mise a farli per conto suo. Li vendeva,
insieme alla moglie, in una strana “bottega”: in Via Principale
all’interno del portone di una casa posta di fronte al palazzo del Comune.
Ogni mattina portava la sua merce e alla sera riportava tutto a casa. Divenne
così al “ciudèin”. Gli affari non andavano male perché a quei
tempi, in assenza di metalli, plastica e profilati, si lavorava
prevalentemente con legname e i chiodi erano insostituibili in qualunque
lavoro.
Forse lui
lavorava e lei stava nel “negozio”, da qui l’appellativo “Rumana”
che ancora s’usa. Non perché Corinna fosse di Roma o portasse quel nome, ma
perché moglie di Romano.
Nel giro
di sei anni nacquero tre figli, tutti maschi, Nino(1908), Oreste(1912),
Francesco(1914) che nel 1918 avevano rispettivamente dieci, sei e quattro
anni.
Lunedì 14
ottobre 1918, giorno di mercato, la “Rumana” aveva forse fatto un buon
incasso. Tornando a casa aveva trovato Nino,
il primo dei tre figli, in preda ai brividi.
Aveva da
poco compiuto dieci anni ed era uscito scalzo, come al solito, nonostante la
stagione si fosse fatta un poco fredda.
Corinna
accostò le labbra alla fronte del bambino traendone la certezza che avesse la
febbre. Ravvivò il fuoco, aggiunse un buon “tocu di ligna”, mise
Nino nella panca e lo coprì con un panno, decidendo che lì avrebbe trascorso
la notte anziché nella stanza fredda e umida. Allora le stagioni rispettavano
i loro turni e ottobre era una mese decisamente autunnale.
Bisognava,
tuttavia, prendere ogni precauzione con quella “spagnola” in giro, così a
differenza di altre volte corse subito dal medico.
Il dottor
Spagnoli, condotto e Ufficiale Sanitario del Comune, giunse poco dopo.
Controllò la temperatura, palpò, auscultò, scosse il capo: un altro caso di
“spagnola” e con gravi complicanze. Emise la diagnosi: pleurite-polmonite
influenzale.
Nino si
trovò, così, nella lista dei nominativi di coloro che, colpiti da
“spagnola”, presentavano gravi complicanze: il settimo in quel giorno.(1-continua).
Elenco delle persone colpite da “spagnola” con gravi complicanze,
segnalate dall’Ufficiale Sanitario nella seconda quindicina del mese di
ottobre, con la data di inizio malattia e quella dell’eventuale successivo
decesso(i nomi delle persone decedute sono in corsivo-neretto).
Salina
Luigi
Virgilio
anni
25
17/10/18
Boceto
Sivelli Ismilda in Bardini
anni 35 17/10/18
Stabielli
Rosa
Giovanni
anni 8
17/10/18 Bronco-polm.infl.
21/10/18
Borgotaro
Pettenati
Rosina
anni 1
17/10/18 Bronco-polm.
Tambini
Antonio
Luigi anni
21
17/10/18
Bronco-polm.
Militare
Moroni
Antonio
Pietro anni
43
17/10/18
Bronco-polm.
Profugo
Igne
Anna
Antonio anni 16
17/10/18
Bronco-polm. Ent.
21/10/18 Profugo
Delmaestro Cesare Giovanni anni
4
17/10/18 Bronco-polm.
19/10/18
Tiedoli
Delmaestro
Rosina
Giovanni anni 5
17/10/18
Bronco-polm.
Tiedoli
Leonardi Giuseppina Angelo anni 46
17/10/18
Pleuro-polm. 22/10/18
Borgotaro
Mariani Angelo Bernardo anni 1
18/10/18 Borgotaro
Vignali
Giuseppe Giovanni anni 24
19/10/18
Bronco-polm.
18/10/18
Brunelli
Bartolini
Leopolda anni 34
24/10/18
Bronco-polm.
19/10/18
Belforte
Burchi
Alberto anni 33
Bronco-polm.
20/10/18
Militare
Delmoro
Eva Egidio anni
42
Bronc-polm. 17/10/18 Profugo
Tomaselli
Rosina Celeste anni
11
19/10/18
Bronco-polm.
21/10/18
Borgotaro
Mariani
Maria
Pio anni 4
19/10/18
Bronchite
Borgotaro
Mariani
Camilla
Giovanni anni 12
19/10/18
Bronchite
Borgotaro
Massimo
Giuseppe Francesco anni 25
19/10/18
Bronc-polm.Ent.
Militare
Demaldè
Benso
Luigi anni 26
19/10/18
Bronc-polm.Enter.
Militare
Amici
Francesco
Nicola anni 21
19/10/18
Bronc-polm.Ent. 21/10/18 Carabiniere
Bertoncini Alessandro Antonio anni 15
Bronco-polm.
18/10/18
S.Vincenzo
Taglioni
Virginia anni 28
Bronco-polm.
17/10/18
Gorro
Bertinelli
Luigi
Pasquale anni 55 Bronco-polm. 18/10/18
Profu
Pacifici
Luigi
Pio
anni 27 Bronco-polm. 19/10/18 Militare
Roncalli
Rosina
N.N.
anni 1 Bronco-polm. 19/10/18
Borgotaro
Aragosti
Francesco
Antonio
anni 37 Bronco-polm. 19/10/18 Borgotaro
Morazzi
Antonio
Pietro anni 46 Bronco-polm. 18/10/18 Profugo
Cavazzini
Maria
Giovanni
anni
2
21/10/18 Bronch-enterite 24/10/18
Borgotaro
Murena
Luigi
Antonio
anni 21
21/10/18 Bronco-polm. 25/10/18
Borgotaro
Capitelli
Angela
Vincenzo anni
68
21/10/18 Bronch-enterite
26/10/18 Borgotaro
Baudassi
Francesco Romano anni
4
21/10/18
Bronch-enterite 01/11/18
Borgotaro
Bazzani
Luigia
Giuseppe
anni
6
21/10/18
Bronchite
Delnevo
Rosa
anni 1 Enterite
infl.
22/10/18
Borgotaro
Murena
Maria
Francesco anni
2
Influenza
22/10/18
Borgotaro
Biolzi
Giuseppina Giuseppe anni
27
21/10/18 Bronco-polm. 24/10/18 Borgotaro(Boceto)
Sostegni Comunardo
Galileo
anni
30
21/10/18
Bronco-polm.
Militare
Bonici
Domenico
Antonio anni
15
Bronco-polm. 21/10/18
Borgotaro
Murena
Francesco Giuseppe anni
49
21/10/18 Bronc-polm-enter.
29/10/18 Borgotaro
Delpoio
Ida
Antonio
anni
10
21/10/18
Bronchite
Borgotaro(Boceto)
Magnoli
Ivo
21/10/18
Fatti polmonari
Militare
Sala
Teresa
Giovanni
anni
23
22/10/18
Bronco-polm.
Capella Giovanni
Angelo anni
4
Bronco-polm.
22/10/18 Borgotaro
Capella
Maria
anni 12
24/10/18
Bronchite
Delpoio
Rosa
Luigi anni
17 24/10/18 bronco-polm. 26/10/18 Borgotaro(Boceto)
Platoni
Rosa
Antonino
anni
47
24/10/18 Bronco-polm. 25/10/18
Caffaraccia
Marchini Vittorina Andrea anni
30
24/10/18
Bronco-polm. 28/10/18
Borgotaro
Borzoni
Domenico
anni 48
24/10/18
Bronchite
Valdena
Costa
Ottavia
anni 29
24/10/18
Pleur-polm.doppia
Tiedoli
Bardini
Maria
anni 23
24/10/18
Cat.Bronch.Enter.
Tiedoli(Piani)
Bonici
Anna
anni 20
24/10/18
Bronco-polm.Enter.
Borgotaro(Cavanna)
Delmaestro Anna Bonici
anni 40
24/10/18
Polminite
Borgotaro(Cavanna)
Leonardi
Andrea
24/10/18
Polmonite
Borgotaro(Cavanna)
Piscina
Lazzaro
Antonio anni
35
24/10/18
Bronco-polm. 25/10/18
Brunelli(Lago)
Zaccarini
Teresa
Agostino anni
39
Bronco-polm. 24/10/18
Valdena
Piscina
Giuseppina Paolo anni
23
Bronco-polm. 24/10/18
Borgotaro(Boceto)
Romagnoli
Giacomo
anni 36
Bronco-polm.
24/10/18
Militare
Capitelli
Giuseppe
Domenico anni
8
25/10/18 Bronco-polm.
25/10/18
Borgotaro
Spagnoli
Giuseppina Daniele anni
11
25/10/18
Meningite infl.
01/11/18 Borgotaro
Salvanelli
Giuseppe Michele anni
8
25/10/18 Bronco-polm.
25/10/18
Pontolo
Spagnoli
Luigia
Antonio anni
54
25/10/18
Bronco-polm. Borgotaro(Macinarsi)
Zanrè
Giuseppe
Giovanni anni
2
Bronco-polm. 25/10/18
S. Vincenzo
Brugnoli
Caterina
Giuseppe anni
25
26/10/18
Bronco-polm. 01/11/18
Borgotaro
Bianchinotti
Filomena
Giuseppe
anni 68
27/10/18
Bronco-polm.
06/11/18
Gorro
Biolzi
Anna Giovanni anni
11
28/10/18
Bronco-polm. 04/11/18 Borgotaro(S.Rocco)
Salati
Bruno
Domenico anni
6
26/10/18 Bronco-polm.
Belforte(Ostia)
Piscina
Domenica Giuseppe anni
5
26/10/18 Bronch.-Enter. 29/10/18
S.Martino
Gavaini
Domenico
Pietro
anni
40
26/10/18
Bronco-polm.
Tiedoli(Piani)
Sedoni
Amedeo
26/10/18
Polmonite
Militare
Torniai Giovacchino
anni 37
26/10/18
Polmonite
26/10/18 Militare
Bardini
Clementina anni 27
Bronco-polm.
26/10/18
Gorro.
Salvanelli
Giuseppe
anni 16 Bronco-polm.
26/10/18
Pontolo
Cipriani
Erminio
anni 38
Bronco-polm.
26/10/18
Militare
Piscina
Giovanna Giuseppe
anni 12
Enterite.Mening.
26/10/18 S.Martino
Piscina
Emilio
Giuseppe
anni
6
28/10/18 Bronco-polm.
28/10/18 Porcigatone
Gatti
Giuseppe
Vincenzo
anni
31
28/10/18
Bronco-polm.
Borgotaro
Molinari
Domenico Giovanni anni
4
Bronco-polm.
28/10/18 Baselica
Brigati
Filomena
29/10/18
Bronco-polm.
Pontolo
Piscina
Maria Luigi anni
35 28/10/18
Bronco-polm. 29/10/18
Caffaraccia
Marenghi
don Domenico anni 43
28/10/18
Bronchite infl.
01/11/18
Caffaraccia
Delnevo
Giuseppe
Andrea 28/10/18 Polmonite
Borgotaro
Giacopazzi
Ida
Giuseppe anni
17
Bronco-polm. 28/10/18
Rovinaglia
Berzolla
Pietro
Giovanni anni
36
29/10/18
Gastroenter. 29/10/18
Brunelli
Delnevo
Maria
anni 66 30/10/18
Borgotaro
Granelli
Pietro
anni 1 30/10/18 Brunelli
Zazzi
Genoveffa Antonio anni
17
31/10/18 Caffaraccia
Berzolla
Maria
Giovanni
anni
26
29/10/18 Bronco-polm.
Brunelli
Spagnoli
Matilde
anni 28
29/10/18
Bronco-polm.
Brunell
Baschieri
Enrico
anni 70
29/10/18
Gastroenter. Borgotaro
La maestà del “Casà”
Domenico
Gavaini di Pietro, abitante ai Piani di Tiedoli, viene segnalato, in data 26
ottobre, tra gli ammalati di influenza con gravi complicanze. La diagnosi
del medico è “broncopolmonite da influenza”. All’epoca aveva
quarant’anni, ma riuscì a cavarsela, e bene, considerando che morirà nel
1970, all’età di 92 anni.
Dopo
la guarigione volle erigere ai Piani, in località “Casà”, una “mistà”,
collocandovi un bassorilievo in marmo rappresentante l’Immacolata
Concezione.
Secondo
i nipoti la formella sarebbe stata recuperata in Vicolo del Teatro a
Borgotaro, da una casa di proprietà della famiglia Gavaini.
Il Commissario per l’igiene Dadduzio
L’alto numero dei decessi, l’espandersi della
epidemia in ogni frazione, spingevano i responsabili a nuove iniziative.
Il Sotto Prefetto in data 18 ottobre, preso atto della
incapacità del Comune a provvedere alla rimozione degli inconvenienti
igienico-sanitari più volte segnalati, nominava, di concerto con il
Perfetto di Parma, un apposito Commissario all’Igiene nella persona del
sig. Saverio Dadduzio, già Commissario di Pubblica Sicurezza presso la
Sotto Prefettura.
Quest’ultimo, il giorno seguente la sua nomina,
aveva subito adottati importanti provvedimenti, quale quello di
proibire al pubblico l’accesso ai cimiteri del Comune.
Qualche giorno dopo(21 ottobre) i borghigiani, credo
con non poca sorpresa, potevano
leggere un nuovo manifesto del Commissario, contenente restrizioni
particolari.
Con esso “erano vietati sino a nuovo ordine nel
comune di Borgotaro tutti i trasporti funebri con cortei od accompagnamento”.
Era “permesso soltanto il trasporto del feretro in
chiesa, purché vi sia, caso
per caso, il nulla osta dell’Ufficiale Sanitario che il decesso non sia
avvenuto per malattia infettiva e che il trasporto stesso sia effettuato col
solo accompagnamento del sacerdote e di due chierici. E segua il percorso più
breve.”
E ancora: “il viatico dovrà effettuarsi senza
alcuna forma solenne”.
Seguiva il divieto che più d’ogni altro avrà
colpito i borghigiani: “Sono vietati i rintocchi funebri delle campane
a morte, ed i segnali di agonia”.
In un
paese, e in un tempo, in cui la vita era cadenzata più che dall’orologio,
dal suono delle campane, il divieto colpiva le abitudini ataviche dei nostri
vecchi che a seconda dei suoni sapevano capire se l’agonia era riferita a
un uomo, a una donna o a un bambino.
Ma l’azione del neo-commissario, non si fermava a
queste prime decisioni, e a soli quattro giorni dal suo insediamento, aveva
inviato al Sotto Prefetto una circostanziata relazione nella quale faceva
presente che “ …nei pochi giorni da che mi trovo in funzione in
questo comune, ho dovuto
constatare che i servizi di polizia urbana, compreso quello del cimitero,
procedono malissimo. Le cause sono diverse, e fra queste emergono 1°- il
personale vecchio od inadatto. 2°- la mancanza di direzione unica e di
vigilanza.
Ad ovviare al momento a tale inconveniente riterrei
opportuno che venisse provvisoriamente dato l’incarico a qualcuno di
vigilare sull’andamento dei servi di polizia urbana e dei cimiteri del
comune, il quale per capacità e per posizione sociale fosse in grado di
ottenere il rispetto e l’esecuzione degli ordini dal personale dipendente.
Sarei quindi di avviso che di tale delicato servizio venisse intanto in via
provvisoria incaricato con funzioni di ispettore di polizia urbana e dei
cimiteri, previo una piccola indennità mensile, questo impiegato comunale
sig. Delnevo Arturo, non essendo possibile al momento, dare ad altri tale
incarico.
Il Delnevo lo ritengo capace, e del nuovo incarico
potrebbe occuparsi fuori delle ore d’ufficio, attesoché la sua missione
sarebbe del tutto ispettiva”.
Il Sotto Prefetto in data 23 ottobre, nel trasmettere
al Sindaco la proposta del Commissario, aggiungeva che: “ parte degli
inconvenienti che si verificano in tale materia sono dovuti alla mancanza di
vigilanza su coloro che sono addetti al Servizio, in modo che a causa della
trascuratezza di costoro, non sorvegliati da alcuno, l’abitato si trova
nello stato deplorevolissimo che ha provocato l’invio dei Commissario.
Nel riferire su tale stato di cose, questi, per
ovviare agli inconvenienti lamentati, fa la proposta della nomina
provvisoria di un ispettore di polizia urbana e dei cimiteri.
Pur notando per parte mia che la vigilanza sul
servizio suddetto dovrebbe essere disimpegnata dalle guardie municipali,
tuttavia tenute presenti le condizioni di costoro, e del relativo servizio,
nonché la necessità che non si continui in uno stato di cose che rende
quasi inabitabili gran parte delle case della città, e addirittura
inabitabili alcune di esse che l’igiene e la salute pubblica vorrebbero
anzi demolite, io non dissento in massima
dalla proposta[…]
Sempre nella stessa data, l’Ufficiale Sanitario del
Comune, forse preoccupato della piega che stavano prendendo gli avvenimenti,
inviava al Sindaco le due lettere che si riportano:
Egregio sig. Sindaco,
L’influenza, che da un poco di tempo ha fatto la sua
comparsa in questo Capoluogo mietendo vittime, non tende ancora a
decrescere. Molti sono gli ammalati che hanno bisogno di nutrirsi con latte
e brodo e anche quelli che, per fortuna, non sono stati ancora colpiti, è
bene che si mantengano in buone condizioni di nutrimento per potere meglio
resistere all’insorgere della malattia; perciò è necessario che venga
somministrata a tutti indistintamente la carne, in razione giornaliera
limitando, se occorre, il quantitativo personale”
Siccome l’epidemia d’influenza, che ha colpito questo Capoluogo, tende
a diffondersi nelle varie frazioni di questo comune, invita la Sig. V.
Ill.ma ad emettere un’ordinanza che faccia obbligo a tutti gli abitanti
della campagna di allontanare dalle vicinanze delle case i depositi di
letame nel termine più breve possibile, facendo comprendere che la pulizia,
il più delle volte, salvaguarda dalle malattie infettive. E intanto, per
cominciare a procedere a una sistematica disinfezione in tutte le ville, dia
ordine che si inizi da Caffaraccia, San Pietro e San Martino, mandando un
quintale di calce e alcuni chilogrammi di creolina. Sarà bene che, a quei
pochi Parroci
che ne facciano richiesta, venga assegnato n.2 barattoli di sublimato
corrosivo da sciogliersi in 100 litri d’acqua per distribuire alle varie
famiglie come disinfettante, colla raccomandazione di restituire i vetri
vuoti”.
Finalmente le Autorità, dopo le iniziali titubanze, stavano assumendo
concrete iniziative.
In occasione della Commemorazione dei Defunti,
ricorrenza sentita ovunque, ma in modo particolare al Borgo, ove il culto
dei morti trova grandi e lontane tradizioni, un avviso scritto ne sopprimeva
lo svolgimento, consentendosi soltanto la possibilità di consegnare fiori e
lumini agli addetti che avrebbero provveduto a collocarli sulle tombe.
Il Commissario Dadduzio terminava il suo mandato presso
il Comune il 29 ottobre, dopo soli undici giorni. Non sappiamo quanto ciò
possa essere dipeso dalla sua azione decisa, dalle sue denunce
circostanziate, con riferimenti anche personali.
Ciò può aver creato non pochi problemi nel ristretto
ambito dell’enturage comunale, dove il Dadduzio con il suo attivismo
potrebbe aver creato qualche contrarietà, se non invidia.
Fanno pensare a tutto questo la brevità del suo incarico e le difficoltà che lo stesso ha
incontrato per farsi liquidare dal Comune l’indennità che gli spettava
per il servizio reso.
E’ del 12 novembre una lettera del Sotto Prefetto al
Sindaco nella quale si dice: “Prego la S.V. provvedere perché a questo
Delegato di P.S. sig. Dadduzio sia liquidata l’indennità dovutagli quale
Commissario Prefettizio presso questo Comune dal 19/10 a tutto il successivo
29(11 giorni), indennità già fissata dal Signor Prefetto della Provincia e
che perciò avrebbe dovuto essergli subito liquidata”.
Lettera che pare non esser bastata se il giorno 15
novembre il Sotto Prefetto nuovamente si rivolgeva al Sindaco scrivendo: “Trasmetto
alla S.V. copia del mio Decreto 18/10/1918 n.1330 con il quale per delegazione
Prefettizia ho nominato il signor Dadduzio Saverio Delegato di P.S. a
Commissario Prefettizio presso codesto Comune, fissandogli la indennità di
£ 10 al giorno a carico del Comune”.
E’ del 23 novembre l’ultima lettera del Sotto
Prefetto al Sindaco: “In relazione a precedente carteggio partecipo a
S.V. che per aderire a domanda dell’interessato, se entro il 25 corr. non
sarà stata liquidata la indennità stata stabilita al Delegato signor
Dadduzio quale Commissario Prefettizio, provocherò dal sig. Prefetto
l’emissione d’ufficio del mandato relativo”.
In seguito deve esserci stato l’intervento diretto
del Prefetto, infatti troviamo come ultimo documento del lungo carteggio,
una lettera del Sindaco al Prefetto, datata 19 dicembre: “
In riscontro alla nota controcitata, pregiomi
riferire che venne già emesso il mandato delle indennità dovute al
Delegato di P.S. sig. Saverio Dadduzio, per il suo ufficio di Commissario
Prefettizio per l’igiene”.
La
“Rumana” (2)
Per la
famiglia Baudassi , che al Borgo non aveva parenti, oltre la preoccupazione
per la salute di Nino, s’aggiungeva quella di impedire che gli altri due
fratelli potessero essere contagiati. Per Oreste, considerato grande(sei
anni), si stabilì di farlo dormire fuori casa, presso dei conoscenti.
Francesco di soli quattro anni rimase invece in casa e soltanto si evitò di
farlo dormire con Nino.
Il 21
ottobre, ancora di lunedì, nell’elenco degli ammalati gravi stilato
dall’Ufficiale Sanitario, troviamo segnato Francesco, il più piccolo, per
bronco-polmonite da influenza.
Purtroppo
passeranno soltanto dieci giorni e lo troveremo nell’elenco dei deceduti
per “spagnola” sotto la data del 1 novembre 1918, giorno dei Santi,
Papà
Romano preparò con cura amorevole la piccola bara: sei tavole inchiodate.
Quando sentì il grido da basso, prese tra le braccia la piccola cassa e
scese le scale.
Non si
poteva contare sull’aiuto degli altri: in quei tempi calamitosi ognuno
badava a se stesso perché la paura s’era fatta più forte della pietà.
Romano
prese la strada del Portello; sotto il volto c’era
“Maslon” con il
carro, sul quale si trovava, tra le altre, una cassa ancor più piccola:
quella di Ettore Capella di soli sei mesi.
Niente
funerali per loro, né per gli altri deceduti la settimana precedente, come
sarà per i tanti che sarebbero morti nella settimana che stava per
iniziare.
Nino
riuscirà a superare la malattia che, tuttavia, lo segnerà per tutta
l’esistenza.
Due anni
dopo sarebbe arrivata Nina a compensare la perdita di Francesco, ma dopo
soli otto giorni dalla sua nascita se ne andava Romano, lasciando alla
moglie, oltre l’appellativo di “Rumana”, il compito non facile di
allevare tre piccoli figli.
(Nina
vive a Borgotaro, in Via Nazionale. La potete trovare nel negozio. Molti,
ancora oggi, la chiamano “Rumana”. (2-Fine)
IN
VALTARO
Cosa
stava succedendo negli altri comuni della valle? Più o meno quanto stava
accadendo a Borgotaro.
Mese
di ottobre
Ad
Albareto, nel mese di ottobre del 1918, il numero dei morti aveva avuto
un’improvvisa impennata. La media dei decessi mensili in quell’anno si
aggirava intorno ai 5/6 casi, in quell’ottobre il numero fu di 17, quasi
il doppio di quelli registrati nell’ottobre del 1917 e il quadruplo di
quelli verificatisi nell’ottobre 1919, come si può vedere nella tabella
che segue
Albareto
1917 1918
1919
Decessi
9
17
4
*
Le cifre si riferiscono a decessi per qualunque causa
A Bedonia l’aumento del numero dei decessi appare ancor
più consistente
Bedonia
1917
1918
1919
Decessi
11
24 4
*
Le cifre si riferiscono a decessi per qualunque causa
A
Compiano i decessi dell’ottobre 1918 furono 8, contro i 3 del 1917 e i 5
del 1919
Compiano
1917
1918
1919
Decessi
3
8 5
*
Le cifre si riferiscono a decessi per qualunque causa
Nel Comune di Tornolo i
morti furono 18, quasi il triplo di quelli registrati nell’anno precedente
e seguente.
Tornolo
1917
1918
1919
Decessi
6 18
5
*
Le cifre si riferiscono a decessi per qualunque causa
Anche a
Valmozzola, sia pure in modo meno evidente, si riscontrava un aumento dei
decessi. L’esiguità delle cifre non può nascondere che i morti in
quell’ottobre furono comunque il doppio e il triplo di quelli verificatisi
rispettivamente nel 1917 e 1919.
Valmozzola
1917
1918
1919
Decessi
5
9
2
*
Le cifre si riferiscono a decessi per qualunque causa
Nella tabella riassuntiva che riporta i decessi avvenuti per qualunque
causa, si può notare come il numero dei decessi riferiti all’ottobre 1918
sia quattro volte superiore a quello registrato nello stesso mese de\gli
anni 1917 e 1919.
Mese
di ottobre
1917
1918
1919
Albareto
9
17
4
Bedonia
11
24
4
Compiano
3
8
5
Tornolo
6
18
5
Valmozzola
5
9
2
Borgotaro
12
93(78) 19
Totali
46 169 39
*
Le cifre si riferiscono a decessi per qualunque causa. Soltanto per
Borgotaro è stato messo tra parentesi il dato riferito ai soli decessi avvenutiti per “spagnola.
Spicca, in senso negativo,
il dato riferito a Borgotaro. All’epoca la consistenza della popolazione
presente in questo comune non differiva molto da quella di Bedonia, come
evidenzia la tabella relativa ai Censimenti del 1911 e 1921.
Popolazione
Cens. 1911 Cens.
1921
Albareto
3.957 3.945
Bedonia
7.869 7.839
Borgotaro
9.292
9.954
Compiano 2.176 2.098
Tornolo
3.389 3.579
Valmozzola 2.645
2.694
Una differenza di
popolazione intorno al 20%, mentre il numero dei decessi a Borgotaro è
quasi quattro volte quello registrato a Bedonia.
Inoltre se si sommano i
numeri relativi alla popolazione presente nei cinque comuni dell’Alta
valle(Albareto, Bedonia, Compiano, Tornolo e Valmozzola) abbiamo un totale
di popolazione pari a 20.155(Cens. 1921) contro i 9.954(Cens. 1921) di
Borgotaro.
Ebbene i decessi nel mese
di ottobre del 1918 sono 76 nel complesso dei cinque comuni e ben 93 in
quello di Borgotaro.
Emerge con evidenza che
quella borgotarese era di gran lunga la popolazione con la mortalità più
elevata in quel mese.
Tale situazione può
derivare, forse, da alcune cause che proviamo ad enunciare.
1-La popolazione del Comune
di Borgotaro era la più “accentrata”, nel senso che nel centro storico
era concentrata una buona percentuale
dell’intera popolazione del Comune. Ciò poteva rappresentare, allora,
grande facilità di contagio.
2-Nel territorio del comune
di Borgotaro erano presenti tre stazioni ferroviarie(Borgotaro, Ostia e
Roccamurata), centri di diffusione dell’epidemia per il continuo passaggio
e sosta di viaggiatori provenenti da zone infette. Ciò spiega anche
l’alto numero di decessi che si sono manifestati nelle frazioni di
Belforte e Gorro, nel cui territorio sorgono le due stazioni di Ostia e
Roccamurata..
3-A Borgotaro erano
presenti molti uffici e strutture a carattere sovracomunale (Sotto
Prefettura, Tribunale, Ufficio Catasto, Ospedale ecc.) luoghi di
frequentazione da parte di numerose persone,
provenienti anche da zone infette. Senza contare la presenza numerosa
di profughi, militari e prigionieri.
Riteniamo siano anche questi i motivi per cui il territorio di Borgotaro
è stato il primo ad essere interessato dalla “spagnola” e, come
vedremo, mentre il numero dei decessi di mese in mese andrà diminuendo, nei
restanti comuni si avrà un incremento dei decessi, a causa del contagio che
da Borgotaro andava diffondendosi in tutta la valle.
(continua in Spagnola
Parte2)
G.
Kolata, Epidemia, Storia della grande influenza del 1918 e della
ricerca di un virus mortale, Milano, Mondadori, 2000.
Eugenia Tognotti, La “spagnola” in Italia. Storia dell’influenza
che fece temere la fine del mondo, Franco Angeli, Milano, 2002
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