Un giorno a San Martino della Battaglia

 C’è una grande quiete quassù. E quanto verde!

Da una parte si domina la pianura verso Mantova, dall’altra verso Brescia, Milano e Verona, e poco distante si vede il lago di Garda. Alle spalle di questo si gode la vista delle Alpi.

Una meraviglia trovarsi qui, su questa piccola altura di San Martino, in una splendida giornata di novembre. E’ la stagione ideale per rivivere, quasi in solitudine e senza il vociare dei turisti estivi, l’emozione che ti donano questi posti nei quali senti che è passata la storia…e che storia!

Già, qui si è fatta l’Italia. E quando sui libri scolastici leggi quelle due righe che parlano delle battaglie vittoriose di San Martino e Solferino ti fai un’idea diversa ed errata di ciò che davvero accadde in quel lontano giugno del 1859.

Qui, invece, tutto parla di quel giorno: l’ossario, le lapidi, i cippi, l’albero divelto, la torre, la collina dei morti, dei 40 mila e più morti. E ti rendi conto di quanto successe.

E ti vien da chiedere come facciano gli uomini a creare simili inferni. E non riesci a cacciare il magone che ti assale nel pensare a quella collinetta presa e perduta; perduta e ripresa all’arma bianca in assalti che durano un’intera giornata.

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Sono venuto fin qui perché quel giorno maledetto c’era anche uno dei nostri: Pietro Ferrari di Bartolomeo. Aveva 25 anni. E la sua vita non andò oltre quella cifra, perché qui si fermò. Di lui è rimasto soltanto il nome scolpito su una lapide all’interno dell’ossario.

Che strane queste colline di San Martino e Solferino. Parti da Parma in auto, percorri chilometri e chilometri di terreno piatto e poi all’improvviso, verso l’orizzonte vedi queste piccole protuberanze che interrompono la monotonia della pianura Padana. T’accorgi che avranno un’altezza di  un centinaio di metri…nulla, poco più d’una rampa autostradale. Ma quando lassù t’aspettano 150 mila soldati con 360 cannoni…

La guerra contro l’Austria stava andando bene. I Piemontesi (l’Italia ancora non esisteva) aiutati dai Francesi di Napoleone III, avevano conquistato Milano.  Gli Austriaci si erano ritirati verso il famoso quadrilatero (Verona, Mantova, Legnago, Peschiera) ben protetto su ogni lato da fiumi e laghi.

Il 24 giugno 1859 gli eserciti alleati al completo avanzano verso il quadrilatero, pensano di incontrare soltanto qualche avanguardia o retroguardia. Impossibile che gli Austriaci si siano fermati avendo il fiume Mincio alle spalle.

Dall’altra parte, al di là delle colline, l’esercito austriaco si muove anch’esso al completo. Una marcia di spostamento, con la sola eventualità di incontrare avanguardie nemiche.

Invece…invece i due eserciti si trovano di fronte. Da una parte c’è l’Imperatore d’Austria,       dall’altra l’Imperatore di Francia Napoleone III e Vittorio Emanuele II, re del Piemonte.

Con questi po’ po’ di personaggi, mica ci si può ritirare davanti al nemico.

Il Cavour, poi, aveva fretta, molta fretta. Sapeva che in Francia molti  avevano sollevato critiche verso il loro Imperatore che portava tanti, troppi francesi a morire per l’Italia.

Così Cavour aveva fretta di avanzare per conquistare quanto più terreno fosse possibile, prima che qualcosa accadesse ad interrompere l’avanzata.

E in guerra la fretta significa rischio e morte per chi si trova a combatterla.

Gli Austriaci occupano le alture e aspettano.
I Francesi puntano sul colle di Solferino, i Piemontesi aiutati da altri francesi, avanzano verso San Martino.

Ben trecentomila uomini e 1000 cannoni scendono in campo! Una bolgia, una carneficina. Attacchi e contrattacchi sotto i colpi di artiglieria. Quella maledetta collina sembra non volersi lasciar conquistare da nessuno. La prendono e la perdono, la riprendono e di nuovo la perdono. Alla fine della lunga giornata, sotto un furioso temporale, un ultimo assalto alla baionetta mette fine a una giornata terribile.

 

Gli Austriaci perdono 4 generali, 630 ufficiali e 19.311 soldati;

I Francesi 720 ufficiali, e oltre 12.000 soldati

I Piemontesi 216 ufficiali e 6.305 soldati

 

Scrisse un testimone: “Poiché nella notte del 24 nessuno provvide a raccogliere i feriti, molti dei quali perirono in abbandono dissanguati, fra orribili sofferenze, all’alba del giorno seguente quella striscia di terreno, già verdeggiante e ridente di colture, presentava uno spettacolo raccapricciante cosparso di 40.000 corpi umani stroncati, mutilati, doloranti”.

  E un soldato francese superstite(il futuro generale Jean Bourelly): “…una pianura deserta, inanimata, senza echi. Fucili, armi spezzate, brandelli di equipaggiamento, cadaveri  di cavalli che appestano l’aria, il tutto sparso fra macchie d’alberi straziati e campi devastati come da un uragano”.

  E un volontario piemontese: “Lo spettacolo che ci si presentò tutt’intorno all’aurora del giorno 25 era spaventevole. I morti tanto spessi che li dovevamo smuovere per piantare le tende; semivestiti, gonfi, neri, giacevano in tutte le attitudini. Cavalli feriti, si trascinavano nitrendo; altri sventrati, ributtavano. Carriaggi rovesciati, affusti fracassati, armi rotte, attrezzi, cenci sanguinolenti coprivano la campagna tutto intorno”.

  Percorro la collina a piedi. Cerco di immaginare la scena. Mi chiedo:- Dove potevano stare tanti soldati e tanti cannoni? Da dove partivano per andare all’assalto? Dopo il primo, il secondo, il terzo…quale era il morale, quanta la paura, il terrore, la quasi sicurezza di non sopravvivere?

E Pietro Ferrari dove si trovava, dove sarà caduto? Era giugno avanzato: le messi dovevano essere mature
 e dorate. Dai vigneti, quanti ancora ce ne sono!, dovevano già pendere i grappoli. Forse avrà pensato alla sua valle, al suo Borgo, ai suoi familiari.

L’ossario si trova in fondo a un vialetto, circondato da molto verde. Lungo il viale decine di cippi, targhe, monumenti ricordano i vari reparti.

Entro.

Quando vedi in fondo alla navata tutti quei teschi, ti vien da rabbrividire.

 

 

Penso:-Vi siete battuti a morte, come nemici. Ora siete tutti qui, muti. Un manifesto contro la guerra. Un manifesto, per molti, inutile…dopo di allora quante altre guerre!

Ci sono quattro lapidi, le une vicine alle altre: in lingue diverse dicono la stessa cosa.

 

La ripetono in italiano, francese e tedesco: le lingue dei combattenti. Poi viene ripetuta in latino, la lingua che ha unito la cultura delle nazioni europee. Quella cultura millenaria che non è stata sufficiente a evitare odi e guerre.

Lungo le pareti della chiesa-ossario vengono riportati i nomi dei caduti. Italiani accorsi da ogni regione, francesi, austriaci, tedeschi, ungheresi, polacchi.

Ecco la zona riservata all’Armata Sarda. Ecco i caduti della III^ divisione, Brigata “Pinerolo”.

Quando scorro i nomi del 14° Reggimento Fanteria, arrivo a Pietro Ferrari. La “Pinerolo” è quella che ha avuto il maggior numero di perdite.

 

Penso a quella lapide in suo ricordo che è collocata sotto il Pretorio a Borgotaro. Penso a quante volte passiamo senza un attimo di attenzione, senza un piccolo pensiero…

Qui, invece, è un po’ difficile, direi impossibile, non immedesimarsi in quei giovani, non pensare a quella tremenda giornata.

Esco, riguardo il breve pendio della collina, chiudo gli occhi e immagino il fragore della battaglia, le grida degli uomini, il nitrire dei cavalli feriti…

A volte esser soli ti permette di captare emozioni profonde che certi luoghi sanno trasmettere, puoi volare lontano nel tempo e nello spazio. Quando ritorni al 2003, sai che devi rientrare. Lo fai a fatica, con dispiacere. Hai l’impressione di staccarti da quei giovani ai quali hai fatto un poco di compagnia. Ormai vivono soltanto nel ricordo degli altri. E quando te ne vai, forse, ripiombano nell’oblio.

Aveva ragione il Foscolo quando scriveva:

A egregie cose il forte animo accendono l’urna dei forti, o Pindemonte

E sacra e bella fanno la terra che li conserva.

  Ecco, proprio così, quella collina ora può dirsi “sacra e bella”.

 

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