| Ar
ruziu
Sembra, o almeno si dice, che stiamo
attraversando un periodo di vacche magre. A dire il vero in giro si vedono macchine di grossa cilindrata, fuoristrada di lusso (pardon SUV),
mentre i cellulari si moltiplicano e se ne contano ormai ben più d’uno in famiglia, con relative costose
ricariche, per non parlare dei bar dove in continuazione sostano giovani e no,
che consumano costose bevande.
E allora? Lascio a voi la conclusione.
Certo non navighiamo nell’oro e qualcuno fatica ad arrivare a fine mese,
ma…nemmeno siamo al tempo “dal ruziu”.
Già “al ruziu”, cos’è mai si
chiederà più d’un lettore. La lingua italiana, molto meno onomatopeica e
colorita del dialetto, lo segnala come “torsolo” e sta ad indicare “la
parte centrale di una mela contenente i semi”. Oggi questo torsolo, anche
abbastanza rimpolpato, lo si getta, ma un tempo…
Un tempo quando un ragazzo metteva alla
bocca una mela, quasi sempre rubata nei campi che allora circondavano il paese,
attorno a lui si svolgeva una gara che vedeva come vincitore chi aveva i
riflessi più pronti e gridava per primo la fatidica frase: “Al ruziu l’è
al me”.
Quella dichiarazione rappresentava un
diritto per chi aveva pronunciato la frase e un dovere per chi stava mangiando
la mela.
Guai a non rispettare le usanze.
Così tutti stavano attorno al fortunato
possessore della mela, con tanto d’acquolina in bocca, mentre lui, l’avente
diritto, già pregustava “al ruziu”.
Alla fine, quando proprio ogni più
minuta parte della polpa era sparita e restava soltanto l’involucro
cartilagineo con i semi, avveniva il passaggio.
A quel punto “al ruziu” era
giunto a destinazione e in un baleno quei miseri resti sparivano nella bocca
dell’erede. Della mela non restava nulla di nulla.
Vacche magre, oggi, forse sì. Ma nulla a
che vedere con “i tèimpi dal ruziu”
(Da: Ar lünariu burg'zan
2008)
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