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La Maria del Gatto
Un tempo, quando il gelato per
i paesi d’Appennino era una rarità o comunque un prodotto di piena estate, i
borghigiani godevano di un privilegio: il 19 marzo di ogni anno, ricorrenza di
San Giuseppe, potevano gustarsi il gelato.
Pèin dal Gatu, ossia Giuseppe Gatti, festeggiava infatti il suo “santo” e
quello della moglie Giuseppina, dando inizio alla vendita del suo gustoso
prodotto, vi fosse sole, neve o pioggia.
I due si erano conosciuti a New York, paese d’emigrazione, e là si erano
sposati nella chiesa della Madonna di Pompei nel gennaio del 1911.
Poi, con decisione improvvisa, erano partiti per il Borgo per far conoscere il
gelato ai borghigiani, visto che quella squisitezza ancora non vi veniva
gustata.
Non era facile fabbricar gelati. Al Borgo nessuno produceva ghiaccio e “al
Gatu” andava sui monti a spaccare le lastre ghiacciate che, anche a primavera
avanzata, si formavano nei canali per trasportarle al Borgo a dorso di mulo.
Oppure faceva scorta di grandi quantità di neve che custodiva in cantina sotto
coltri di juta.
Intanto, a ritmo quasi biennale, nascevano otto figli che, dopo qualche anno di
scuola, entravano nell’azienda di famiglia.
Chi con il mulo, chi a piedi o con il carrettino a mano raggiungevano i paesi,
le frazioni, ovunque vi fosse una festa religiosa o civile, facendo così
nascere una leggenda: quella del gelato “dal Gatu”.
Poi arrivò il moderno
“triciclo” a mano, cui seguì quello a pedale, infine la “Gilda”, una
motocarrozzina verde, residuo militare della Guzzi. Una specie di trattore a tre
ruote con la quale Gigino arrivava a sorpresa ad ogni festa campagnola.
Maria, sesta dei fratelli, era
nata nel 1924. Aveva dodici anni quando le venne assegnato il triciclo a mano,
poi a pedale, sostituendosi alla sorella Anna impegnata con i suoi due figli.
I maschi (Gigino, Aldo, Mario, Guido) battevano il territorio, lei
con il suo sorriso, la sua gentilezza doveva conquistare i borghigiani pedalando
continuamente, facendosi trovare all’uscita dal cinema e dalla scuola, alla
partita di calcio, alla funzione religiosa, alla stazione. Mai avrebbe potuto
immaginare che per più di sessant’anni quella sarebbe diventata la sua unica
occupazione.
Gli anni, com’è naturale, cominciarono a portarsi via i più anziani della
famiglia, iniziando da Pèin dal Gatu, deceduto nel 1955. I nipoti, dopo aver
prestato la loro collaborazione, sceglievano altre strade così, all’inizio
degli anni ottanta, Maria si trovava a gestire la gelateria con l’aiuto della
sorella minore Rita e del fratello Aldo, ormai anziano.
Fu una decisione molto sofferta e contrastata. Alla fine anche Maria dovette
convincersi che non v’era altra soluzione che cedere l’attività.
Tutto accadde nel 1983, quando Beppe si sostituì ai Gatti nella gelateria di
Via Nazionale.
Quando la Maria scomparve dalle strade, furono in molti a chiedersi come sarebbe
stata la sua esistenza. Come avrebbe potuto adattarsi alla vita casalinga, lei
globetrotter del gelato, abituata a passare l’intera giornata all’aperto,
lei che ormai faceva parte integrante dell’arredo urbano del Borgo: una specie
di monumento mobile.
Chi l’incontrava, affermava che aveva perso il sorriso, che “non era più
lei”, come s’usa dire al Borgo.
Dopo qualche mese, cominciò il “passaparola”: in qualche “famiglia
bene”, quelle abituate ad ospitare persone importanti, si serviva un gustoso
gelato. Chi lo produceva? I fortunati mantenevano il segreto anche verso gli
ospiti. Al massimo facevano un vago riferimento ad una donnetta…
Quella “donnetta” era Maria, che si stava preparando al grande rientro. Era,
ormai, alla soglia dei sessant’anni, un’età da pensione per una come lei
che aveva cominciato a lavorare a dodici.
Ma quelle ore trascorse in casa, senza l’incontro quotidiano con la sua gente,
coi suoi bambini, parevano eterne. Così un bel giorno aveva acquistato una
piccola attrezzatura, aveva adibito una stanza a laboratorio e… via con la
solita ricetta: quella della sua crema.
S’accorse che, ogni giorno, la domanda cresceva, sempre più la sua crema
veniva richiesta, così acquistò un’Ape, l’attrezzò e ricominciò da capo.
Se i Gatti pensavano d’aver scritto la loro leggenda per intero, si
sbagliavano. Maria v’aggiungeva una coda: la sua personale leggenda.
Ed eccola, ormai motorizzata, riprendere il suo cammino, ritornare agli antichi
luoghi di sosta, eccola riapparire a sorpresa qua e là, dove qualcuno aspettava
la sua apparizione.
In paese i punti vendita dei gelati, industrializzati e no, crescevano, ma la
sua crema restava inimitabile, insostituibile.
Con gli anni divenne un simbolo, un richiamo. Chi tornava al Borgo dopo una
lunga assenza correva subito nel viale, dove sotto i platani secolari, Maria
sostava spesso.
A volte riconosceva, anche a distanza di tempo, i suoi clienti che, sorpresi, si
sentivano ricordare l’ultimo loro incontro.
Ti guardava con quegli occhi chiari e non ti faceva mai mancare un sorriso.
Famosi i suoi berrettini d’ogni foggia e colore. Era riservata, ma spesso le
bastavano poche parole, un accenno, un atteggiamento del viso per far capire che
sapeva di te più di quanto ognuno di noi immaginasse.
Dal suo punto d’osservazione, con l’immancabile gracchiante radiolina, non
le sfuggiva nulla di quanto le accadeva attorno. Nei vicini giardini vedeva
nascere e spegnersi i primi amori tra i giovanissimi e più d’una volta quando
due fidanzatini immusoniti trovavano una scappatoia ai loro silenzi
avvicinandosi al carretto della Maria, lei con una frase, una battuta riusciva a
volte a risistemare le cose.
Aveva un rapporto particolare con i bambini. Quel suo sguardo limpido e sincero
altro non era, forse, che uno specchio
che rifrangeva gli occhi felici dei tanti bambini che si lasciavano ammaliare
dal suo gelato.
Negli ultimi anni, quando ormai aveva superato la soglia dei settantacinque, il
suo fisico venne provato da qualche serio problema di salute. Tuttavia, niente
poteva fermarla: la sua favola continuava, fosse estate o inverno, sempre la
trovavi.
Poi arrivò il 2002, una primavera fredda e instabile. La seconda metà
di aprile dovette rinunciare ai suoi giri.
Quel martedì sera, guardando verso ovest, come sono soliti fare i borghigiani
per prevedere il tempo, le parve di riconoscere un cielo amico. Il giorno dopo
era il 1 maggio, una giornata solitamente buona per i gelatai.
Ai famigliari seduti davanti al televisore disse: - Forse domani ci sarà bel
tempo. Vado a preparare il gelato”.
Più tardi la trovarono morta nel suo laboratorio. Insieme a lei, la sua crema
pronta per essere gustata da grandi e piccini. Una crema che non sarà mai
distribuita. Aveva, ormai, settantotto anni.
Maria non avrebbe potuto immaginare che per qualche anno chi faceva ritorno a
Borgotaro continuasse a cercarla nel viale. Non avrebbe potuto immaginare che
l’assenza di un semplice carretto lasciasse un vuoto così grande in paese.
Che ancora oggi ad anni di distanza capitasse di parlare di lei e del suo
gelato.
Nemmeno poteva immaginare che grazie a Internet, la rete delle reti, il ricordo
di lei superasse confini e oceani per giungere al sito borghigiano per
eccellenza (www.valtaro.it) attraverso messaggi giunti da ogni dove per
ricordare lei, dispensatrice di sorrisi e creme.
Questi i versi di Matteo
Regazzi, residente a Roma, giunti con una e-mail del 3 maggio:
Non
ricordo d’infanzia, ma ieri
due occhi piccoli e astuti
inventori di imbrogli minuti
e di grande bontà di cui fieri
parlavamo tristi noi
lontani
con orgoglio e lacrime in viso
lente in letto di storto sorriso
speranzosi di rivederti domani
oggi amaro è il gusto
del dolce
che non posso riavere per vero
ma solo provare a farne pensiero
come odore di fieno e rumore di falce.
E Mauro Delgrosso, animatore
del sito, così annunciava ai suoi numerosi fans la morte di Maria:
Ci mancherà, sono sicuro
che ci mancherà; e anche tanto. Un altro pezzo di Borgotaro e della Valtaro se
ne è andato per sempre. E’ morta Maria Gatti, conosciuta semplicemente come
“la Maria” o “la Maria dal Gatu”, quella dei gelati, quella del
carrettino sempre presente alle manifestazioni, alle fiere, l’ineguagliabile
punto di arrivo delle nostre infinite “vasche”.
Nata 77 anni fa, ha
cominciato, secondo la tradizione della sua famiglia, a produrre e vendere
gelati già a 12 anni. Ci ha accompagnato in modo discreto per oltre mezzo
secolo, guerra compresa: non conosco borgotarese che non abbia mai gustato i
suoi indimenticabili gelati.
E’ scomparsa ieri: anche
se provata da una grave malattia, aveva voluto caparbiamente continuare a
produrre nel suo amato laboratorio, in mezzo alle sue ricette, ai suoi profumi e
ai suoi inimitabili sapori, basati sulla memoria e la tradizione; è morta con
le mani nel gelato, come la protagonista di un film d’autore, come l’eroina
esile e malata di un racconto di altri tempi. Ha passato la vita a donarci un
briciolo di serenità, un tocco di buonumore, un po’ di dolcezza.
Tutti i giorni,
immancabilmente, con ogni tempo, estate e inverno, la potevi trovare; sempre
allo stesso posto, sempre con un dolcissimo sorriso sul volto; dolce come i suoi
gelati, come i suoi gesti con i bambini. Se devo pensare ai sapori del Borgo non
posso fare a meno di pensare alla sua “crema”: inimitabile, insostituibile,
profonda e unica. Conosco tante persone che partivano da Parma, o addirittura da
Milano, per poter provare il piacere di gustare i suoi gelati. Penso alle sue
poche parole, semplici ma mai banali, mai superficiali; alla sua espressione, un
po’ ironica, spesso giustamente divertita e un po’ canzonatrice per le
situazioni umane e sentimentali che con grande anticipo riusciva a percepire.
Penso al modo di riempire i coni e le vaschette: uno sguardo al gelato, uno
sguardo al cliente, con i suoi occhi pungenti e penetranti.
La radiolina,
piccina-piccina, sempre sintonizzata sull’avvenimento del momento, sulla
partita del giorno. Ricordo le calde e felici estate della mia infanzia:
sandali, braghe corte, l’odore dell’acqua del Taro sulla mia pelle e le
cento lire per comprare il cono della Maria. Appena in paese, magari dopo
settimane di assenza, correvo a fare una scorpacciata, sempre da lei. Durante le
feste il suo carrettino a motore arrancava su per le strade, allora ancora
polverose; sentivi il motore sempre più affannato e lento: poi un doppio suono
di “cicalino” voleva dire che si era fermata, che la distribuzione del
gelato era iniziata. Sento ancora il profumo notturno dei tigli in fiore della
Madonna di San Marco misto all’aroma profondo della sua vaniglia e del
cioccolato: passava ore intere alla guida del suo minuscolo e buffo mezzo per
essere presente in ogni avvenimento importante della valle; era il suo modo di
festeggiare, di essere testimone. Generazioni di Borgotaresi hanno vissuto
intorno al suo “triciclo”, al suo sguardo, ai suoi irripetibili sapori.
Intorno a lei e al suo “Ape” siamo cresciuti, ci siamo conosciuti, ci siamo
innamorati, abbiamo litigato, abbiamo discusso di politica e di affari. Ho un
caro amico, uno stimato professionista, che quando si sentiva in difficoltà sul
lavoro, smetteva quello che stava facendo, usciva dall’ufficio e si prendeva
una scodella di gelato alla crema, pronto a ricominciare: come farà ora? Sono
sicuro che nei prossimi giorni, pensando a questi tristi ricordi ci renderemo
conto tutti di come un pezzo del nostro amato Borgo sia scomparso per sempre. Di
come un po’ di dolcezza ci abbia abbandonato. Addio Maria, il tuo Borgo e i
tuoi “clienti e un po’ figli” ti piangono.
Da
Londra, in data 12 maggio è Glenda a scrivere: “Maria you served me
icecream since I was a little girl and it was the best, I’m going to miss it
and your little orange cart that I always used to look out for on the Viale;
addio.”
Paolo da Gallarate: “ Addio Maria, ci mancherai”
Emily da Boston: “Veramente è morta Maria? Quando
tornerò, Borgotaro non sarà più quella”.
Quasi profetica
l’ultima e-mail. "A Borgotaro manca qualcosa: il carretto di Maia".
Giacomo
Bernardi
Tratto da: "Fredde dolcezze-Sorbetti, gelati e gelatieri
parmigiani".
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