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Un bagno... di sudore
Nell'estate del '44, il distaccamento Dallara della 1a Brigata Julia si
trovava dislocato in località Agnidano nei pressi di Baselica.
Si componeva di circa cinquanta partigiani sotto il comando di Gomel.
I collegamenti con il comando di Brigata, situato sull'opposto versante della valle, nei pressi di Caffaraccia, venivano assicurati con l'ausilio di staffette
le quali, spesso, dovevano attraversrare zone "calde" con possibilità
di incontri poco piacevoli.
Un giorno di quell'estate, presso il comando di Brigata, si trovava il partigiano
Formentino ch'era lì giunto con un messaggio inviato da Gomel,
Comandante del
distaccamento.
Attendeva la risposta da parte del Comandante Dragotte per poi ripartire. Verso
sera venne chiamato e il comandante gli disse: "Ecco la risposta. Per questa notte però ti fermerai, già ho dato l'ordine di provvedere:
partirai domattina".
Formentino fu contento delle disposizioni del Capo: poteva così trascorrere
una serata con gli amici che da tempo non vedeva. C'erano fatti da raccontare,
qualche coro e molte risate...
Più tardi, quando si coricò, mentalmente ripassò la strada che avrebbe
percorso il mattino seguente. Si trattava di andare ad Agnidano; bisognava
scendere in fondo valle, attraversare la linea ferroviaria Parma-La Spezia,
guadare il Taro e risalire quindi l'opposto versante ove correva la rotabile
Borgotaro-Berceto. Due orette di strada, in tempi normali, ma la parte mediana
del percorso, quella in corrispondenza del fiume, andava affrontata con grande
cautela. Lungo la linea ferroviaria e la strada Borgotaro-Berceto che correvano
parallele e vicine al Taro, sia pure su sponde opposte, era facile imbattersi in
pattuglie nemiche e poi c'era il Taro da guadare...un tratto completamente
scoperto, facilemente controllabile....
*
Verso le sette del mattino Formentino si mise in marcia.
La giornata si prospettava bella: dal Molinatico baluginava però un sole che
lasciava prevedere caldo e afa.
Per ripidi pendii, or tra boschi or per radure, scese Formentino e si
trovò presto su un poggio dal quale poteva osservare la sottostante ferrovia.
Ora doveva discostarsi leggermente dalla direzione di marcia, allungando, sia
pur di poco, il percorso perché presso l'entrata della sottostante galleria vi
era il casello ferroviario n.60 presidiato notte e giorno da una decina di
tedeschi. Costoro si erano sempre limitati alla sorveglianza della ferrovia e
mai si erano spinti all'interno della zona partigiana. Per non farsi sorprendere
da possibili imboscate notturne, i tedeschi avevano perimetrato una zona attorno
al casello con un filo di ferro, al quale avevano appeso barattoli, bottiglie,
lamiere e altri aggeggi capaci di produrre rumori al minimo contatto, in modo da
richiamare la loro attenzione.
Formentino deviò, quindi, per qualche centinaio di metri dalla naturale
direzione di marcia, attraversò la ferrovia e rapidamente si precipitò verso
il Taro, il cui greto era poco lontano.
Ora si sentiva più sicuro tra i fitti cespugli di salici che lì nascono
spontanei, numerosi e alti. Avanzava con fatica, ma si sentiva tranquillo; lo
"stein" gli serviva per farsi strada in quel groviglio di rami.
Sentiva ormai lo scorrere delle acque del Taro quando, all'improvviso,
oltrepassato un ennesimo e aggrovigliato cespuglione, si trovò allo
scoperto...con un tedesco di fronte che gli stava puntando l'arma.
Alle spalle di quello, quattro o cinque tedeschi, completamente nudi, stavano
bagnandosi nel fiume.
Erano quelli del casello ferroviario!
I due si fissarono a lungo negli occhi. Entrambi avevano l'arma puntata.
In acqua i tedeschi si erano irrigiditi in attesa di una decisione ch'era nelle
mani di quei due che si fronteggiavano.
"Non so dove presi il coraggio, - mi dirà Formentino - ma avevo
capito che solo la calma poteva darmi ua possibilità di salvezza".
Dall'acqua giunse una frase, forse un ordine.
Il tedesco voltò le spalle al partigiano e depositò l'arma a terra.
Formentino guadagnò rapidamente la riva del fiume, giuntovi osservò che
la situazione non era cambiata: i tedeschi in acqua erano sempre immobili,
l'altro sempre fermo con l'arma a terra. Volle strafare: con l'arma sotto un
braccio tenne a bada i tedeschi e con la mano libera cominciò a togliersi gli
scarponi. Quindi lentamente guadò il fiume.
Al di là l'attendeva un tratto di erta abbastanza ripido con alberi e cespugli.
Giunto a riva fu però preso dal panico, corse velocemente per una decina di
metri e si gettò a terra.
Tornò quindi a riguardare verso il fiume.
S'accorse, non senza un sospiro di sollievo, che la paura non stava solamente da
una parte...vide infatti che i tedeschi, vestiti sottobraccio, stavano
abbandonando velocemente il fiume e risalivano verso il casello ferroviario.
Formentino s'infilò gli scarponi, s'attardò un poco per recuperare
fiato, calma e coraggio, e riprese a salire.
Giunse ai piedi della scarpata della rotabile Borgotaro-Berceto. Si trattava
dell'ultimo ostacolo; al di là si sarebbe sentito tranquillo.
S'acquattò in attento ascolto prima di compiere l'ultimo balzo. Gli parve
d'udire un lontano rumore, forse era solo la paura cagionata dalla tensione
precedente.
Rimase comunque fermo. Dopo alcuni minuti gli giunse chiaro e inequivocabile il
rombo d'un motore...passò un automezzo...poco dopo un altro e poi un terzo
ancora.
Formentino non si permise di alzare la testa, ma ormai era sicuro: si
trattava di una colonna. Un automezzo si fermò. Udì delle voci. Non erano
vicinissime, forse un centinaio di metri, forse meno, sì da giungere comunque
al suo orecchio: erano tedeschi.
Si spostò piano piano e s'addentrò tra ortiche e cespugli di rosa canina che
ricoprivano un tombino stradale. La faccia, le mani non ne potevano più, ma il
pericolo era troppo grande.
Dalla strada si poteva vedere il casello ferroviario ed sarebbe quindi stato
possibile uno scambio di notizie tra i due gruppi. Avrebbe potuto trovarsi
bloccato su due fronti...
Ciò non avvenne e s'udì finalmente l'avvio di un motore.
Formentino uscì allo scoperto, attraversò la strada e s'incamminò
verso la montagna.
Il viso recava i segni delle ortiche, gli spini non si contavano; ma in alto si
vedeva ormai il campanile di Baselica e da là giungevano lenti i rintocchi del
mezzogiorno.
Si fermò all'ombra di un albero, tolse gli spini più superficiali e ripartì.
Era in ritardo, ma all'ora di pranzo avrebbe avuto qualcosa da raccontare.
(Testimonianza resami da Ercole Bazzani - Formentino)

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