Momenti di civiltà contadina: Ar filosu

 

Nelle lunghe e fredde serate invernali, quando il lavoro dei campi era reso impossibile dalla neve e dal freddo, prendeva l'avvio quello che poteva dirsi un rito: "Ar filosu".

Era questo uno dei momenti essenziali della vita contadina d'un tempo. Momento raccolto e disteso che durava lungo tutta la stagione invernale.
Le tenebre, che nella cattiva stagione scendevano presto, invitavano intere famiglie a riunirsi attorno al fuoco e la casa, ove di volta in volta si svolgeva "ar filosu", diventava come un'oasi sicura per grandi e piccoli.
All'incerta luce di qualche povera fonte luminosa, che spesso emanava poco piacevoli effluvi di carburo o petrolio, si scopriva la gioia dello stare insieme, del comunicare. Si parlava un po' di tutto: di fatti recenti e remoti, vicini e lontani. Storie vere di gente che moriva, si sposava, si fidanzava, si lasciava, partiva. I vecchi riandavano con la memoria agli anni del servizio militare e raccontavano le più impensabili avventure.

Poi, mano a mano che la sera avanzava, uscivano le storie fantastiche popolate di "strie", di spiriti, di folletti, di luoghi nei quali "ci si sentiva", di morti riapparsi.
Ma il filosso era anche momento di cultura: ci si scambiavano pareri sui lavori, sulle compere, sulle leggi che di volta in volta uscivano, si commentavano i fatti nazionali più importanti che qualcuno aveva avuto occasione di conoscere. Si tramandavano proverbi, modi di dire, filastrocche, canti, preghiere, usanze, tradizioni.

Verso le dieci il filosso s'andava spegnendo e poco a poco qualcuno, prendendo la seggiola che di solito si portava da casa, dava la buonanotte e rincasava.
La sera successiva, magari in un'altra abitazione, riprendeva questo rito ch'era sì occasione di chiacchiere e pettegolezzi, ma che in realtà aveva una funzione importante, quella di stringere le famiglie del villaggio in un vincolo di amicizia e solidarietà che rendeva le comunità omogenee.
Così nei momenti di bisogno, nella gioia come nel dolore, nessuno si sentiva solo, perché la gioia di uno era gioia di tutti e al dolore del singolo tutta la comunità prendeva parte.

Da: "Aspetti di civiltà contadina in Valtaro-Acqueforti di Mario Previ - Testi di Giacomo Bernardi-1982" 

 

 

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Mario Previ: Interno di casa contadina

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Nelle lunghe e fredde serate invernali, quando il lavoro dei campi era reso impossibile dalla neve e dal freddo, prendeva l'avvio quello che poteva dirsi un rito: "Ar filosu".

Era questo uno dei momenti essenziali della vita contadina d'un tempo. Momento raccolto e disteso che durava lungo tutta la stagione invernale.
Le tenebre, che nella cattiva stagione scendevano presto, invitavano intere famiglie a riunirsi attorno al fuoco e la casa, ove di volta in volta si svolgeva "ar filosu", diventava come un'oasi sicura per grandi e piccoli.
All'incerta luce di qualche povera fonte luminosa, che spesso emanava poco piacevoli effluvi di carburo o petrolio, si scopriva la gioia dello stare insieme, del comunicare. Si parlava un po' di tutto: di fatti recenti e remoti, vicini e lontani. Storie vere di gente che moriva, si sposava, si fidanzava, si lasciava, partiva. I vecchi riandavano con la memoria agli anni del servizio militare e raccontavano le più impensabili avventure.

Poi, mano a mano che la sera avanzava, uscivano le storie fantastiche popolate di "strie", di spiriti, di folletti, di luoghi nei quali "ci si sentiva", di morti riapparsi.
Ma il filosso era anche momento di cultura: ci si scambiavano pareri sui lavori, sulle compere, sulle leggi che di volta in volta uscivano, si commentavano i fatti nazionali più importanti che qualcuno aveva avuto occasione di conoscere. Si tramandavano proverbi, modi di dire, filastrocche, canti, preghiere, usanze, tradizioni.

Verso le dieci il filosso s'andava spegnendo e poco a poco qualcuno, prendendo la seggiola che di solito si portava da casa, dava la buonanotte e rincasava.
La sera successiva, magari in un'altra abitazione, riprendeva questo rito ch'era sì occasione di chiacchie e pettegolezzi, ma che in realtà aveva una funzione importante, quella di stringere le famiglie del villaggio in un vincolo di amicizia e solidarietà che rendeva le comunità omogenee.
Così nei momenti di bisogno, nella gioia come nel dolore, nessuno si sentiva solo, perché la gioia di uno era gioia di tutti e al dolore del singolo tutta la comunità prendeva parte.
Da: "Aspetti di civiltà contadina in Valtaro-Acqueforti di Mario Previ - Testi di Giacomo Bernardi-1982"