Quello che segue è il testo del volume: Taro-Taro:
storia del calcio borgotarese dai primordi al 1973, così come lo si può
leggere nel libro
Premessa
Quella sera eravamo in Piazzale Verdi, davanti al cinema
Farnese. C’erano diverse tavolate, piene di allegria e buonumore come si
conviene quando si festeggiano degli atleti che hanno conseguito grandi
risultati sportivi. Avevano invitato anche noi, che da anni, purtroppo, non
corriamo sui campi erbosi, se non in sogno quando ci coglie la nostalgia di quel
gioco che da giovani ci aveva stregati.
Ci avevano invitati perché, nel campionato 1961-62, avevamo vinto il titolo
regionale della nostra categoria.
Di quella leggendaria squadra, c’eravamo quasi tutti: mancava Peppino Mariani
che non è più tra noi.
Circolavano foto, s’inseguivano ricordi, episodi, partite. Fu Costantini,
formidabile portiere di quell’annata, a lanciare per primo la proposta:
“Come mai a Borgotaro non avete mai pensato di scrivere qualcosa sulla squadra
di calcio?”. Già, come mai?
La proposta rimase per aria e senza risposta, ma quando alla tavolata si avvicinò
il Sindaco Salvatore Oppo e con qualche emozione tese la mano a Costantini
ricordandone la bravura, la proposta cominciò a farsi concreta. Disse infatti
Costantini, rivolto al Sindaco:”Senta, come mai a Borgotaro non avete
pensato di scrivere una storia del calcio cittadino? Lo hanno fatto dappertutto
dove ho giocato. Il comune deve provvedere”.
Pronta la risposta del Sindaco: ”Caro Costantini, c’è
una sola persona che può scrivere quella storia”.
“Chi?”,
chiese Costantini.
”.
Quella persona ero io. Al che Costantini mi chiese come mai
il Sindaco avesse fatto il mio nome. Gli amici intervennero dicendo che facevo
parte dell’Ass. Emmanueli e che ero autore di alcune pubblicazioni. Ero,
ormai, in trappola. Tuttavia, in quel momento, riuscii a disimpegnarmi portando
a giustificazione altre iniziative nelle quali ero stato coinvolto, ma alla fine
della cena ci spostammo al Mistrello a bere qualcosa e lì, facendomi prendere
dall’euforia che si respirava, mi lasciai andare ad una promessa: avrei
scritto il libro per l’anno seguente.
Eccolo il libro.
Lo dedico a voi tutti, cari amici di gioventù: a quelli
che ci sono e a quelli che come Luciano Costella, Gualtiero Giraud, Peppino
Mariani, Gianfranco Mariani. Luciano Lazzarelli e Franco Rizzardi se ne sono
andati anzitempo. Sarebbe stato davvero bello che oggi fossero qui con noi.
Insieme abbiamo trascorso giornate fantastiche e felici.
Era giusto che di quelle nostre lontane imprese lasciassimo
un segno, una traccia, a ricordare un tempo gioioso e spensierato: quello della
nostra gioventù, quando stregati dal gioco rincorrevamo il pallone sugli
spelacchiati campi di un tempo.
Un abbraccio a tutti.
Borgo Val di Taro, dicembre 2004
Giacomo
Bernardi
Primi calci
Il
primo accenno al “giuoco del pallone”, in quel di Borgotaro, lo si
trova in un documento settecentesco. Siamo nel 1777 e la famiglia Misuracchi,
nobile e potente, alquanto tignosa come spesso risulta da altre attestazioni,
chiede alle Autorità che i giovani borgotaresi la smettano di giocare a pallone
nelle vicinanze della loro Casa.
Nobile e potente quella casata, e quindi la richiesta viene accolta. Risultato:
divieto di giocare al pallone nelle vicinanze di Casa Misuracchi, anche perché
in non poche occasioni pare accadesse che le vetrate siano andate in frantumi,
con fuga generale dei giocatori e danni quindi non risarciti.
Ma in Borgo c’erano famiglie altrettanto potenti, ed erano i loro rampolli che
potevano permettersi questo “unico e solo divertimento”, non certo i figli
del popolo votati a ben altri trastulli.
Così parte il ricorso al Duca.
Diamine, come fa la gioventù bene del Borgo a godere le meritate
vacanze senza questo “giuoco
del Pallone”? Ma come si permette l’avvocato Misuracchi?
L’8 luglio1777 (a scuole chiuse), arriva al Commissario di Borgotaro la
risposta del Duca.
Ill.mo
sig. Commessario di Borgo Taro.
In vista di una recente rappresentanza stata umiliata a S.A.R. per parte di
codesta Gioventù di Borgo Taro, implorante il sovrano assenso, onde potersi,
come in passato, esercitare nel giuoco del Pallone, fattosi dalla R.A.S. benigno
riflesso non solo di essere questo l’unico e solo divertimento di cui possa la
Gioventù predetta poter godere, quanto di essere il sito più comodo, ed in
acconcio quello che altre volte ha servito per detto giuoco giusta le avute
informazioni; pertanto non ostante il disposto nell’anno scorso si è ora
degnata l’Altezza Sua Reale di voler condiscendere alla supplichevole istanza
della surriferita Gioventù, accordandole che possa in detto sito riassumere
l’uso del giuoco del Pallone, a condizione però che si giuochi in maniera che
non si mostri di far sprezzo alla Casa Misuracchi, tale essendo la Suprema Sua
Mente e che li Giocatori si obblighino a pagare del proprio tutte le spese, che
occorrer potessero per le accidentali rotture, che mai facesse il Pallone alla
enunciata Casa Misuracchi, e segnatamente per quei danni che il medesimo recar
potesse all’Invetriate.
Quindi commetto alla S.V. di significare tutto ciò ai Giuocatori suddetti e
sotto tali condizioni permettere loro in seguito l’esercizio del giuoco
predetto, confermandomi per fine con
stima di V.S. obbl.mo
Da Parma 8 luglio 1777.
In una mappa del periodo, risulta che i Misuracchi
fossero proprietari di due fabbricati: quanto al primo si tratta del bellissimo
palazzo sito in quella che oggi è la via Nazionale, quello per intenderci che
ospita a piano terra la tabaccheria Gatti e il Bar Centrale. Il secondo era
situato tra quella che oggi è via Corridoni e il Viale Bottego, nei pressi
della Tipografia Invernizzi. Questo fabbricato confinava con un orto di proprietà
Billò che, con ogni probabilità, doveva essere il famigerato campo di giuoco.
Sia stato quel “giuoco del Pallone” più o meno uguale a quello
attuale, non lo sappiamo. E’ però certo che
più di duecento anni fa qualcosa di rotondo già rotolava, rimbalzava,
veniva lanciato, forse calciato, visti gli effetti che provocava alle vetrate
dei burberi Misuracchi.
Con un tale documentato “pedigrèe”, mi pare che non possa destare
meraviglia il fatto che Borgotaro sia stato, dopo Parma e Fidenza, il polo
calcistico più importante della nostra provincia. Cosa di non poco conto ove si
pensi alla posizione geografica del nostro paese, al suo isolamento, alla sua
lontananza da ogni città.
Ma c’è un altro zoccolo ben più sicuro e vicino a noi, alla base della
tradizione calcistica di Borgotaro.
Non sono pochi quelli che si chiedono perché la squadra di Genova si chiami
Genoa Football Club e non semplicemente A. S. Genova, allo stesso modo che si
dice A.S.Roma, A.S. Parma.
E perché mai si debba dire Milan e non Milano, così come si dice Bari,
Brescia.
Bene, scusandomi con chi queste cose ben le conosce, ricorderò ai miei lettori
che il gioco del calcio è stato inventato in Inghilterra. Lord e baronetti
furono i primi a disputare partite che assomigliavano a quelle di oggi.
Nell’ottocento gli Inglesi avevano colonie ovunque e possedevano una flotta
poderosa che solcava i mari di tutto il mondo: erano un poco i dominatori del
commercio internazionale.
Nelle più importanti città europee, specialmente dove fiorenti erano i
commerci, erano presenti numerose comunità di inglesi che accanto agli affari,
nei quali erano maestri, non disdegnavano di disputare partite di calcio,
divulgando così uno sport che avrebbe conquistato ben presto un posto di
rilievo nel cuore di tutti gli europei.
Genova, che allora era città di commerci vuoi per la presenza del porto, vuoi
per l’intraprendenza degli abitanti, ospitava nella seconda metà
dell’ottocento una numerosa e attiva comunità inglese.
Costoro, individuato uno spiazzo nelle vicinanze del porto, cominciarono a
disputare tra loro partite di calcio, finché nel 1893 fondarono la prima
squadra di calcio italiana, con padri inglesi: il Genoa Cricket and Athletic
Club che ancora oggi è la più antica società di calcio italiana
in attività. Più che di una squadra, si trattava di un Club di persone
che si dedicavano alle attività sportive: cricket e atletica in particolare.
Sappiamo come son fatti gli Inglesi: i loro Club sono “esclusivi”, così
alle partite di calcio potevano partecipare soltanto loro.
Ma nel 1897 arrivava a Genova il dottor Spensley,
un medico che aveva il compito di curare i molti marinai inglesi che bazzicavano
il porto. Naturalmente anche lui è appassionato di calcio, ma a differenza dei
suoi connazionali, dimostra una maggiore apertura mentale. Si batte perché
anche gli italiani possano entrare a far parte del Genoa Cricket and Athletic
Club.
Così, nel 1897, nello statuto veniva inserita una norma che ammetteva
l’ingresso di soci italiani che andavano così a rafforzare una compagine che
già aveva dimostrato di saper giocare un buon calcio.
Sarà questa squadra che, l’8 maggio del 1898, vincerà il primo campionato
italiano di calcio, durato una sola giornata, con la partecipazione di quattro
squadre ( Internaz di Torino, Torino F.C., Ginnastica Torino e appunto Genoa).
Cosa diavolo hanno a che fare questi inglesi con il calcio borgotarese, si
chiederà più d’uno?
Vediamo di dare una risposta. Mentre i sudditi di Sua Maestà tentavano, a
Genova e altrove, di insegnare il nuovo gioco, c’era chi, già da anni, era
andato in Gran Bretagna e lo stava imparando direttamente.
Alla fine dell’ottocento, ultimati i lavori di costruzione della linea
ferroviaria Parma - La Spezia, migliaia di valtaresi trovarono nell’
emigrazione l’unica via per risolvere i loro problemi economici.
Andarono ovunque per il mondo, ma in particolare in Gran Bretagna (Inghilterra,
Scozia e Galles). Lì i giovani e le nuove generazioni impararono il gioco e le
regole del calcio. Quando ebbero la possibilità di ritornare al Borgo, vi
portarono la novità. Risultato: già agli inizi del novecento a Borgotaro si
giocava al calcio vero e proprio. Non solo, ma dall’Inghilterra e dalla Scozia
arrivarono fior di giocatori che entreranno a far parte della leggenda del
calcio borgotarese: Dorà, Cabrelli, Giulianotti, Coffrini, Zucconi, Berni,
Fugaccia e tanti altri. Così, termini prettamente inglesi entrarono a far parte
dello slang borgotarese: ops, corner, bek, half, centr’half, go.
Ecco, quindi, il secondo basamento, lo zoccolo duro del calcio borgotarese di
cui parlavamo: l’emigrazione.
E con questo “nobile” e più
che dignitoso passato, andiamo a narrare la storia dei primi calci, delle prime
partite.
Il Campo di
Pareto
Intorno
al 1904, gli Amministratori del nostro Comune con grande oculatezza decisero
l’acquisto dell’intero podere detto “Pareto”, posto al di fuori delle
antiche mura che ancora cingevano il Borgo. Il terreno in questione si estendeva
dal sito ove oggi sorge il Cinema Teatro Farnese, fino in fondo all’attuale
Via Montegrappa.
Un progetto, approvato dal Consiglio Comunale nel 1911, prevedeva la
sistemazione a giardino di una vasta area e la costruzione a margine di un
grande edificio scolastico. Si prevedeva inoltre di urbanizzare l’area
rimanente e di suddividerla in “34 lotti” di circa 700 mq. ciascuno.
L’iniziativa si completerà nel giro di qualche anno, ma intanto, su quell’area
pubblica, i giovani borgotaresi avevano sistemato due “porte” e cominciato a
disputare accanite partite di calcio. Le regole e i termini calcistici erano
stati importati da giovani rientrati dall’Inghilterra.
Mitici giocatori di quei tempi furono: Dorà, Berni, Giulianotti, Zucconi, Stoto.
L’iniziativa si completerà
nel giro di qualche anno, ma intanto su quell’area pubblica i giovani
borgotaresi avevano sistemato due “porte” e cominciato a disputare accanite
partite di calcio. Le regole e i termini calcistici erano stati importati da
giovani rientrati dall’Inghilterra.

Questa foto dovrebbe rappresentare la più antica
immagine di una partita di calcio disputatasi a Borgotaro. Si ritiene opportuno
sottolineare la foggia, tipicamente inglese, delle divise: casacca bianca(colori
dell’Inghilterra) e non magliette, mutandoni abbondanti, ma anche nel fisico
qualche atleta richiama somiglianze albioniche. Si può altresì notare che le
partite attiravano, fin d’allora, l’attenzione di alcuni spettatori, donne
comprese. Sullo sfondo, la facciata del Teatro Comunale, lo spiazzo dove
sostavano carri d’ogni sorta: “cason”, “bar’”
e carretti. Il giardino “Duca d’Aosta”, che oggi include
anche il monumento a Elisabetta Farnese, era ancora da venire.
(1918 ca).
In tutta la valle, era Borgotaro l’unico posto dove si giocava a calcio, così
i contatti con altre squadre erano resi difficili dalle distanze e dalla
precarietà dei mezzi di trasporto dell’epoca. Per alcuni anni, quindi, i
borgotaresi giocarono tra loro. Si trattava di incontri tra celibi e ammogliati,
tra frequentatori di bar diversi, fino alla disputa di un vero Torneo dei bar
che si svolse nella piana oggi occupata dall’edificio del Liceo.
Nel podere Pareto, infatti, era ormai sorto il nuovo fabbricato scolastico
(1915), mentre i soldati del 61° Reggimento Fanteria, aiutati dai prigionieri
austriaci, avevano dato inizio ai lavori di costruzione del nuovo giardino che
si sarebbe poi chiamato “IV novembre”.
Militari e
prigionieri austriaci impegnati nei lavori di costruzione di quello che diventerà
il “Giardino IV novembre”. La foto risale agli anni compresi tra il 1918 e
il 1920.
Le squadre
Si è sempre tramandato, almeno oralmente, che la
prima vera ed unica squadra,
con tanto di maglia e ragione sociale, fosse nata nel 1921 con il nome di “U.
S. Borgotarese”. Grazie alla segnalazione di un amico, sono andato a visitare
il sito internet del Comitato Regionale FIGC dell’Emilia-Romagna (www.figc-dilettanti-er.it),
trovando una ricca documentazione che riguarda anche il calcio borgotarese. Tra
i documenti riportati ve n’è uno, risalente al 1920, che cita il nome di
tutte le Società di Calcio (piccole e grandi) affiliate al Comitato Regionale
della F.I.G.C. Vengo così a scoprire un fatto di grande importanza: tra le cinquantotto società
iscritte, tre soltanto sono della Provincia di Parma. Ebbene, incredibile, ma
delle tre, due sono di Borgotaro: l’Unione Sportiva Borgotarese e la Liberi
F.B.C. Borgotaro.
Non v’è dubbio che la denominazione della seconda squadra faccia esplicito
riferimento a quello che fu il messaggio di Luigi Sturzo indirizzato ai
“Liberi e forti”. Si trattava infatti di una squadra nata nell’ambiente
cattolico, come tante altre, con la medesima denominazione, sorte in ogni dove.
Squadre che nel dopoguerra, passata l’era fascista, risorgeranno con il nome
di “Libertas”.
D’altra parte, negli anni venti, a Borgotaro vi erano due bande, due società
di mutuo soccorso e non può quindi meravigliare la presenza, anche nel campo
sportivo, di un impegno diretto dei cattolici.
L’importanza del calcio borgotarese è poi sottolineata dal fatto che nel
direttivo del Comitato Emiliano della FIGC troviamo la presenza di Giuseppe
Baduini (il futuro medico e per anni dirigente delle squadre borgotaresi).

Alla
luce di tutto questo, diventa comprensibile una filastrocca apparsa nel giornale
satirico borgotarese “Sü e Zü pr’al
burgu”, edizione 1922.
In 20 argute e spassose quartine in rima alternata, ci viene descritta la vita
del Borgo di quei tempi, così come doveva quotidianamente svolgersi.
Una quartina, in particolare, può esserci utile. Quella in cui l’autore
scrive:
i
bülôti d’la Spurtiva
i fis-c’tti dal Pipi
cui ch’andava, cui ch’ v’gniva
cui ch’ r’stava sèimpr’ lì.
Quando
si nominano “i bülôti d’la Spurtiva”, appare chiaro che ci si
riferiva ai giovani (l’autore stesso tra loro) che militavano nell’Unione
Sportiva Borgotarese, mentre “i fis-c’tti
dal Pipì” altro non erano che gli appartenenti alla squadra dei Liberi,
detti “dal Pipì” perché vicini
al Partito Popolare che allora rappresentava il partito dei cattolici. Era
quindi una larvata presa in giro (i borgotaresi ben conoscono
il significato un poco spregiativo del termine “fis-c’ttu”).
Siamo nel 1922,
e da lì a qualche tempo il fascismo sarebbe andato all’attacco
dell’associazionismo giovanile cattolico: sarà così per le società sportive
dei. “liberi”, come per l’organizzazione degli scout che finiranno per
essere sopresse.
Questa
potrebbe essere, considerati i molti componenti appartenenti all’ambiente
cattolico, la squadra dei “Liberi” o almeno una parte…
In piedi, da sinistra:
Angelo Battaglioni, X, Carlino Delnevo (Livö), Peppino Bracchi Castignasa),
Mario Feci (Cineti).
In ginocchio: Peppino Bracchi (Giasèintu), Delchiappo, Aldo feci, X, X.
Nei
giornali del tempo la cronaca sportiva trovava scarso spazio anche per gli
avvenimenti nazionali. Possiamo immaginare, quindi, quanto rare e scarne fossero
le notizie che riguardavano lo sport minore.
Da qui le nostre incertezze nell’esplorare questo periodo, nel corso del
quale, tuttavia, riusciamo, qua e là, a trovare qualche notizia, qualche
riferimento, qualche foto, che servono a gettare un poco di luce su un periodo
quanto mai scarso di notizie.
Cominciamo da una foto che riproduce una formazione dell’U.S. Borgotarese. La
foto riveste grande importanza perché è la più antica che si conosca, tra
quelle che riproducono la squadra al completo, ma anche perché i giocatori si
sono posizionati in modo da rappresentare la formazione e quindi il loro ruolo.
Possiamo così, analizzando l’immagine, ricostruire la seguente formazione:
Maffei; Poretti Enrico, Picelli Mario; Vietti Giacinto, Zucconi, Berni; Spagnoli
Mario, Lencini, Dorà, Edoardo Coffrini, Picelli Gino.
La foto risale alla metà degli anni venti, tuttavia non ci è dato di conoscere
a quale competizione l’U.S. Borgotarese partecipasse in quell’anno, tanto
meno a quale partita possa riferirsi la foto.
Da
sinistra, in piedi: Gino Picelli, Coffrini, Dorà, Lencini, Spagnoli Mario;
accosciati: Berni, Zucconi, Vietti Giacinto; seduti: Picelli Mario, Maffei,
Poretti Enrico.
Scheda n.1
Johnny Dorà
Nella
storia del calcio borgotarese vi è più di una leggenda. Ma non v’è dubbio
che, tra le tante, quella legata alla figura di Johnny Dorà sia la più
ricordata.
Dorà era per natura un fantasista, nel senso che gli riuscivano le cose più
difficili.
Giocoliere nato, sapeva far sparire monete, destar meraviglie al biliardo,
giocare scherzi indimenticabili.

Queste
doti lo resero anche un grande giocatore di calcio. Alto, segaligno, nei suoi
lunghi soggiorni in Scozia aveva imparato il gioco del foot-ball riuscendo a
innestare nella sua fantasia tutta latina, la solidità e la concretezza dello
stile britannico.
Ben presto la fama di questo brillante giocatore borgotarese giunse
all’orecchio dei dirigenti del Parma tanto che, nel 1925, decisero di
chiamarlo per farlo giocare in una partita di Coppa.
Allora era possibile rafforzare la squadra con elementi provenienti da squadre
minori. Dorà accettò soltanto dietro pressione degli amici che desideravano
vederlo impegnato, come meritava, in una grande squadra, tanto che i dirigenti
parmensi per convincerlo gli promisero anche un orologio d’oro.
Nel corso della prima partita contro una squadra austriaca, Dorà si presentò
in campo con i mutandoni all’inglese, sollevando sarcasmo tra i tifosi
parmensi che non mancarono di riprenderlo con il fatidico e poco originale
grido: “montan”.
Ma non sapevano d’aver a che fare con un tipo per nulla disposto ad accettare
insulti. Così, in modo polemico, Dorà rispose con una specie di sciopero
bianco: svirgolava palloni a bella posta, ogni tanto si estraniava dalla partita
disinteressandosi degli avversari.
Al termine del primo tempo, il Parma era sotto di un gol e nell’intervallo gli
amici borgotaresi lo avevano avvicinato invitandolo a reagire in altro modo, a
far vedere cosa sapesse fare. Erano stufi dei commenti pesanti dei parmigiani.
Riprendeva la partita. Dorà sembrava trasformato. Dopo dieci minuti si
impossessava della palla nella sua metà campo, superava di fila quattro
avversari, entrava in area a lunghe falcate, superava anche il portiere che gli
era andato incontro, e giunto sulla linea bianca della porta ormai sguarnita,
mentre gli applausi scrosciavano, si fermava.
Sarebbe bastata una spinta alla palla per pareggiare, ma Dorà stava meditando
la sua vendetta. Lasciava la palla sulla linea bianca, si voltava e si avviava
tranquillamente verso gli spogliatoi. I parmigiani non sapevano come reagire:
chi imprecava, chi applaudiva, chi lo giustificava, chi lo fischiava. Tra lo
sbigottimento generale, Dorà e compagni, poco dopo, se la svignavano dallo
stadio.
Ma non è tutto: infatti in Piazza Garibaldi i parmigiani potevano ancora
godersi lo spettacolo di alcuni giovanotti che allegramente prendevano a pedate
un orologio d’oro che rotolava da un piede all’altro, per finire poi con un
ultimo calcio del campione nel greto del Parma.
Qualche tempo dopo, mentre sui giornali si parlava dell’interessamento del
Bologna e dell’Inter, Dorà se ne tornava in Scozia.
La sua leggenda era ormai stata scritta.
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