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La Z'güjaröla
Un divertimento tra i più belli della mia fanciullezza, ahimè quanto lontana, è legato ad un nome: "Zgüjaröla". Uno dei tanti termini onomatopeici di cui è ricco il nostro dialetto e che spesso, come in questo caso, non trovano riscontro nella lingua ufficiale.
Forse ai più giovani poco o nulla dirà il termine "zgüjaröla, ma ai meno giovani son sicuro richiamerà alla memoria il ricordo di ore e ore trascorse in allegria, mentre riapparirà la visione di quelle torme di ragazzi(quanti ce n'erano allora!) che come spericolati acrobati si lanciavano nelle strette lame di ghiaccio a scoprire e vivere l'ebbrezza della velocità e del rischio.
Quante cose sono cambiate da allora!
Intanto ricordate le scarpe invernali di quei tempi? Tutte chiodate a mano perché le suole non si consumassero troppo in fretta E quali disegni inventavano i nostri calzolai. Sì perché i chiodi non erano messi a casaccio ma seguivano un disegno, un motivo ben preciso che era vanto di ogni calzolaio. Quando s'aveva una chiodatura nuova, la si faceva vedere con orgoglio e in mancanza di neve ci divertivamo anche a sfregare con velocità e forza il piede sull'asfalto o sulle piane che allora ricoprivano le vie, fino a provocare delle scintille che chiamavamo "cagn'. Questo rito serviva a "snervare" i chiodi troppo nuovi, anche se a volte l'impegno era tale che qualche chiodo se n'andava e bisognava ricorrere subito al calzolaio.
Ma per tornare alla "zgüjaröla", noi avevamo appunto il vantaggio di avere del metallo ai piedi e quindi le nostre scivolate erano più facili e più veloci. Oggi gli scarponi sono quasi scomparsi, le suole di cuoio rare; domina la plastica, la gomma, i doposci, e scivolare diventerebbe difficile.
Lo scarpone chiodato aveva la sua importanza anche perché era lo strumento chiave per la costruzione della "züjaröla". Infatti, dopo una nevicata, ci si metteva in cinque o sei e si cominciava a strisciare avanti e indietro lo scarpone chiodato sulla neve sino a che si veniva a creare un solco largo circa trenta centimetri, completamente ghiacciato, lucido e liscio come il vetro. Poi, al grido di "pista" si prendeva una rincorsa, e via per trenta, quaranta metri, quant'era lunga la "zgüjaröla". Oggi, a causa del traffico, sarebbe impensabile per i bambini divenire "proprietari" di un tratto di strada o di una "cuntrà", come allora si diceva. A quei tempi non c'era traffico, nel centro del paese non passavano auto. Ce n'erano poco più delle dita di una mano ed era raro vederle.
Oggi credo che ai più sfugga il fatto che le vie trasversali del Borgo sono tutte in pendenza, non a noi, bambini che dovevano inventarsi i passatempi.
Esistevano Zgüjaröl' tradizionali, nel senso che c'erano posti(leggi vie) nei quali, dopo una nevicata, immancabilmente nasceva una zgüjaröla.
La più lunga, e credo anche quella che aveva il maggior numero di scivolatori e spettatori, era quella che partiva dal Viale Bottego(al Stradon), vicino all'osteria "d' Gnifèin", e arrivava fino alla via Principale passando di fianco alle prigioni(ahimè demolite) e a San Domenico. La sua lunghezza poteva quindi essere di circa cinquanta, sessanta metri: ripensando oggi alla velocità con la quale scendevamo, c'è da dire che eravamo degli spericolati, anche se avevamo doti di equilibrio non comuni.
Nel modo "d' zgüjà" c'erano poi tecniche diverse: si poteva scendere in piedi, oppure a "cucion"(a piedi pari e piegati sulle ginocchia), oppure si facevano i "i treni": ci si attaccava in cinque, sei l'uno all'altro e si scendeva "a cucion".
Questa zgüjaröla aveva molti spettatori s'è detto, infatti, specialmente durante la Novena di Natale, (allora la chiesa di San Domenica si riempiva), al termine della funzione si andava "a zgüjà e gli adulti si fermavano a guardare. Ricordo bene Don Nardino ch'era solito mettere il suo cappello da prete a metà percorso e noi riuscivamo a saltarlo e a mantenere l'equilibrio per proseguire.
Le zgüjaröl' bisognava mantenerle perché lo strato di ghiaccio si consumava per via dei famosi chiodi. Allora noi ragazzo, verso sera, le coprivamo di neve in modo che nella notte si potesse riformare lo strato di ghiaccio. Il mattino andavamo a scuola, ma nel frattempo gli ignari passanti che appoggiavano i piedi sulle zgüjaröl' nascoste avevano cattive sorprese e le cadute e le fratture erano numerose. C'erano, quindi, gli amici, ma anche i nemici di queste piste. Eliminare una "zgüjaröla era molto facile. Bastava prendere con il "gavà" la cenere calda delle stufe e spargerla sul ghiaccio e...tutto era finito.
Uno dei nostri più accaniti rivali era Richetu d' Cagan che aveva un negozio di alimentari di fianco al Firenze.La zgüjaröla che dal viale terminava davanti al cinema era il suo obiettivo preferito. In negozio aveva una stufa molto bella(altri tenevano solo uno scaldino) e verso sera prima di spegnerla o "d' lasala andà", come si diceva, usciva col "gavà" colmo di cenere e brontolando mandava in fumo le nostre costruzioni.
Naturalmente noi ci spostavamo e poco dopo ci rimettevamo all'opera per costruirne un'altra: la lotta era lunga e dura, finché il sole finiva per avere la meglio perché allora puntuale arrivava la primavera e i nostri passatempi sarebbero diventati altri.
(Da: Ar lünariu burg'zan 1982)
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| Autore | creata | ultima modifica |
| Giacomo Bernardi | 22/2/04 | 2/5/08 |