Nei giorni scorsi è deceduto Antonio Brugnoli. Aveva 89 anni ed era l'unico superstite dei martiri di Sidolo. Vi propongo una cronaca di quella terribile giornata e la testimonianza diretta di Antonio.    

20 luglio, giovedì

 

Chi mai avrebbe potuto credere che alla triste giornata di Compiano  e Strela, potesse seguirne un’altra altrettanto funesta, sì da rendere queste due giornate esempio, a livello nazionale, di quanto inumano, insensato, agghiacciante sia stato il comportamento dell’esercito tedesco al quale, in più d’un episodio, s’affiancarono anche i fascisti.

Facile, molto facile, è stato per loro avanzare tra i nostri monti, senza essere contrastati da un solo colpo di fucile. Loro che nei primi quindici giorni di luglio, faccia a faccia con le Brigate partigiane, hanno assaporato tre cocenti sconfitte che si chiamano: Manubiola, Grifola e Pelosa.

Loro che su quei terreni, a parità di forze, hanno lasciato decine di morti e centinaia di prigionieri.

Ora strapotenti di uomini e mezzi, avanzano violenti e sicuri. Sanno che i partigiani non possono affrontare una battaglia campale contro nemici che arrivano da più parti.

Nel corso della loro avanzata incontrano, così, soltanto civili inermi e incolpevoli che loro ammazzano senza pietà: siano essi preti, giovani, ragazzi o anziani. Queste, tra i nostri monti, le imprese di quello che era ritenuto il più forte esercito del mondo.

 

*

Già la sera del 18, gli uomini di Cereseto hanno avuto sentore che dal Pelpi stavano arrivando delle truppe.

S’erano uditi colpi di mortaio, mentre frequenti s’alzavano razzi colorati che irradiavano una luce sinistra sulla selva secolare.

Gli uomini più giovani, con pochi viveri e qualche coperta, lasciano il paese per cercare rifugio e salvezza nei boschi.

Scrive Ada Rapetti, riferendosi a suo padre Pio Rapetti, anni    : “Nella penombra del corridoio di casa che immette sulla strada principale del paese, vedo ancora papà che stringe in un solo abbraccio me e la mamma, prima di raggiungere gli amici in partenza: è l’unica sua salvezza. Ma all’ultimo istante, preferisce dividere la sorte con il fratello e un amico che stremati di forze per la fatica e la paura e febbricitanti, sopraggiungono inaspettati a cercare anch’essi un rifugio in cui trovare salvezza dai tedeschi. Non rimane che la soffitta di casa dove nascondersi, fino al mattino successivo in attesa di nuovi eventi

A Sidolo, piccola e sperduta frazione di Bardi, vennero fucilati  don Giuseppe Beotti (74), di anni 32; don Francesco Delnevo (75), di anni 57; il chierico Italo Subacchi (76), di anni 23; Giuseppe Ruggeri (77), di anni 44; Bruno Benci (78), di anni 43; Gerolamo Brugnoli (79), di anni 50, Giovanni Brugnoli (80). di anni 40 e Francesco Bozzia (81), di anni 44.

Don Riccardo Molinari, allora parroco di Cereseto, “sulla scorta di testimonianze veritiere di persone che assistettero alle scene svoltesi”, così descrive i fatti verificatisi in questo giorno..

 

Una colonna nazi-fascista, dopo aver stampate orme sanguigne su Strela e dintorni, piombava sul paesetto alle ore 6 del mattino. Anche qui gli uomini si erano dati alla macchia per paura dei tedeschi. Rimanevano in paese alcuni vecchi, le donne e i bambini, e in Canonica due Sacerdoti e un Chierico: l’Arciprete don Giuseppe Beotti, il Prevosto di Porcigatone don Francesco Delnevo, sfuggito al rastrellamento della propria parrocchia e qui rifugiatosi la sera avanti, e Italo Subacchi, bardigiano, alunno del Seminario di Parma […].

La sera prima questi si erano accordati di affrontare il pericolo imminente.

Don Giuseppe aveva appena terminata la Messa, quando fu sorpreso, in Chiesa, dal Comandante tedesco che gli chiese se vi erano banditi. Alla risposta negativa i tre Preti furono fermati, condotti fuori di Canonica e sorvegliati da due mitragliatrici. Nel frattempo il Comandante e alcuni soldati compivano la perlustrazione della casa, finita la quale, senza aver trovato ombra di sospetti, vennero perquisite le persone sacre.

I tre furono rilasciati completamente liberi e i tedeschi fattisi servire una buona colazione, salirono in paese.

L’Ufficiale aveva espresso la sua soddisfazione al Parroco e l’aveva assicurato di non temere…Sarebbe stato il momento buono quello di trafugarsi, onde evitare ulteriori seccature. Ma, oltre il fatto di non prevedere il futuro, vi era il proposito di  don Giuseppe di rimanere al suo posto di Pastore, come aveva predicato al suo popolo la domenica precedente. “Finché ci sarà una persona in paese, io rimarrò”

Intanto i soldati, dispersi per il paese, mettevano sottosopra le case, incendiavano l’abitazione del sig. Luigi Berni […]

Trascorsero le ore antimeridiane senza che nient’altro succedesse di notevole. I tre sacerdoti conversavano familiarmente e don Giuseppe confidava alla sorella il suo voto fatto di dare tutto ai poveri in riconoscenza al Signore per lo scampato pericolo.

Invece all’una e mezza circa, un soldato armato fino ai denti, si presentava con aria sospetta alla Canonica per prelevare il Parroco e i due compagni.

Don Giuseppe parve allora intuire la gravità della situazione perché diede alla sorella uno sguardo così compassionevole, che essa se ne meravigliò. Poi, come un agnello mansueto, condotto al macello, seguì il soldato, tra i due confratelli sulla strada che conduce a Di là del Rio.

Poco dopo un gruppo di facinorosi si buttava al saccheggio della Chiesa e della canonica, sotto gli occhi della sorella dell’Arciprete che davanti a quell’improvviso cambiamento di scena si sentì mancare le forze. In quel momento era sola in casa e dovette difendersi dalle minacce e dalle vessazioni dei soldati. Abiti, biancheria scomparvero. Anche bussole della Chiesa furono scassate e i pochi soldi intascati  o dispersi.

I tre preti avevano consegnato il denaro che tenevano in tasca, perché fosse più al sicuro, alla sorella di don Giuseppe e alla sig.na Giacomina Cassani di Bardi, presente a quei fatti. Ma anch’esse furono perquisite e derubate di ogni loro avere[…]

I tre sacerdoti erano stati allineati lungo il muricciolo che protegge un piccolo appezzamento di proprietà della Chiesa. Di fronte a loro, poco discosto stava appostato sulla strada un fucile mitragliatore maneggiato da un brutto ceffo che con voluttà sadica sogghignava e scherniva.

Un soldato, al momento della cattura, rivolto ai tre Pastori si era espresso in questi termini: “Voi…in cielo…pregate per noi”. E quella frase, pronunciata in tale circostanza, dovette essere per i tre sacri prigionieri, la rivelazione di un misfatto atroce di cui essi erano le vittime designate.

Su quel Calvario, tra un succedersi continuo di soldati che passavano beffardamente davanti a loro, essi vissero l’ultima ora tragica di vita, in un’angoscia spasmodica attendendo e assaporando la morte goccia a goccia…

Chi poté osservare da lontano la scena pietosa, afferma di aver visto i tre Sacerdoti, affratellati nella comune  drammatica sorte, rasciugarsi il sudore che grondava dai loro volti contraffatti e sferzati dal calore del solleone, ma ancor più dall’ala gelida della morte vicina […] Quali parole si saranno rivolti in quegli ultimi istanti i ministri di Dio?

Nessuno poté raccoglierle perché era stato vietato a chiunque di avvicinarsi. Qualcuno poté però notare, di lontano, che a un dato momento essi si scambiarono pietosamente l’assoluzione e si diedero l’abbraccio fraterno…[…].

Perché quell’agonia prolungata per più di un’ora? Tutto sarebbe spiegato dal fatto che si attendevano ordini precisi dal Comando di Bardi. Quando gli ordini, impazientemente attesi, arrivarono, l’arma scattò e spense freddamente le tre persone sacre.

Tutto ciò senza un giudizio che avesse almeno l’ombra di un processo, senza un’accusa manifestata e senza che i tre imputati potessero avanzare il diritto di una parola in difesa della propria innocenza.

Erano le tre pomeridiane di quel triste giovedì 20 luglio.

I colpi di quella raffica assordante si ripercossero duramente nel cuore della sorella che subito intuì. Ma già i tre Sacerdoti giacevano a terra in una pozza di sangue.

Don Giuseppe e don Delnevo, colpiti in parti vitali, erano immediatamente deceduti. Il Chierico Italo Subacchi invece prolungò per parecchio tempo, tra laceranti contrazioni, la sua fine prematura.…” e qui riprendiamo noi a raccontare le cose. 

Il rastrellamento in atto da qualche giorno, aveva spinto molti borgotaresi a trovare salvezza sulle alture che circondano il paese. In molti si ritrovano, il giorno 19, a Porcigatone, ritenuta una zona abbastanza sicura. Ma i tedeschi sono impegnati in un’operazione di rastrellamento che dovrebbe interessare ogni vetta, ogni paese, ogni anfratto della valle. Così quel giorno una lunga colonna parte da Borgotaro e s’avvia verso la frazione di Porcigatone.

I fuggitivi intuiscono il pericolo, abbandonano le case e si portano ancora più in alto, verso il Passo del Santa Donna per trovare riparo tra i boschi. Ma i tedeschi li inseguono, li braccano costringendoli a dividersi in piccoli gruppi e a tentare vie di fuga diverse.

Sei di loro, insieme al Parroco, oltrepassano il crinale e scendono a Sidolo. Non sono a conoscenza di quanto, in quello stesso giorno, sta succedendo a Compiano, Strela e Cereseto, altrimenti non avrebbero di certo scelto Sidolo come rifugio.

Al loro arrivo nella frazione trovano infatti la popolazione in preda al panico e vengono invitati in modo perentorio ad allontanarsi per non creare pericolo. Si rivolgono, allora, al Parroco don Beotti, del quale conoscevano la generosità, per avere cibo e ospitalità nella notte.

Ottengono il cibo, vengono ospitati provvisoriamente nella chiesa e verso sera vengono chiamati in Canonica dove per loro viene preparata la cena.

Don Beotti non se la sente, tuttavia, di ospitarli per la notte. E’ a conoscenza di quanto è successo al parroco di Strela e non vuole mettere in pericolo la vita della giovane sorella che vive con lui.

I sei ringraziano, tornano in paese per trovare un rifugio, ma nuovamente vengono pregati di abbandonare l’abitato. Le donne, specialmente, lamentano che i loro uomini hanno lasciato le case per rifugiarsi nei boschi e non possono mettere a repentaglio la loro sicurezza ospitando uomini provenienti da altri luoghi e in età da poter essere sospettati come partigiani.

I sei trovano così riparo, fuori dall’abitato, in una capanna dove solitamente veniva ospitato il bestiame.

E’ il 20 luglio, i sei si risvegliano. Sanno di dover affrontare una dura giornata. Stanchi, braccati, respinti anche dai compaesani perché la paura sconfigge la generosità…cosa fare…dove dirigersi?

Ecco la testimonianza dell’unica persona, tra i sei, che riuscirà a sopravvivere.

Antonio Brugnoli, allora ventiquattrenne, racconta:
Alle prime luci del nuovo giorno – era il 20 luglio – io convinsi i miei compagni che era meglio avvicinarci al paese giacché eravamo tutti stanchi, sfiduciati e affamati. Giungemmo dunque al centro di Sidolo, quando udimmo all’improvviso le grida della gente che annunciavano la presenza dei tedeschi. Scorgemmo soldati ovunque: non potendo fuggire andammo loro incontro nella convinzione di persuaderli  facilmente che noi eravamo dei civili innocenti. Si però non capirono le nostre parole e ci ammassarono in un campo recintato presso il paese. Un soldato italiano con il quale parlai mi rassicurò e mi invitò alla calma. All’arrivo di una nuova colonna, un ufficiale tedesco gridò: “Kaput!, Kaput!” e noi comprendemmo che le cose si mettevano male... Infatti ci portarono davanti al cimitero di Sidolo, distante poche decine di metri, per fucilarci. Io ero davanti alla fila a sinistra. All’intimazione dell’alt seguì il caricamento delle armi. Io allora tentai il tutto per tutto: mi gettati a testa bassa giù per un sentiero fiancheggiante il cimitero che scendeva leggermente. Corsi come mai in vita mia mentre le pallottole sibilavano da tutte le parti Giunsi in un baleno in fondo al sentiero che trovai sbarrato da un cancello: lì terminava la strada. In un attimo presi la decisione di gettarmi al di là di esso in un precipizio profondo una ventina di metri. Dopo un lungo ruzzolone mi trovai in un canale, malconcio ma integro. Ero pieno di vita e mi pareva quasi di essere invulnerabile...: giunsero infatti altre raffiche ma non mi colpirono. Vagai tutta la notte per i boschi del monte Pelpi. temendo ad ogni istante di incappare in una pattuglia tedesca. Al mattino verso le nove incontrai alcuni partigiani che mi tranquillizzarono circa i Tedeschi, i quali si erano ormai allontanati. Raccontai la mia avventura e mi diressi subito verso Porcigatone ove mia madre, già al corrente della fucilazione di Sidolo, si rifiutò in un primo tempo di riconoscermi.  
Verso sera la tensione psichica per gli avvenimenti vissuti provocò in me un profondo stato traumatico e da allora la mia vita è stata un continuo girovagare da un ospedale psichiatrico all’altro. Tuttora sono ritenuto un invalido incollocabile
”. (Testimonianza resa nel 1975, riportata in “La popolazione civile di Parma nella guerra 40-45” a cura di Vittorio Barbieri).

  Minor fortuna tocca ai cinque compagni di Antonio Brugnoli. Per loro non c’è pietà alcuna. La raffica li stende a terra, dove rimangono per ore al fiuto dei cani e all’attacco delle mosche. Valerio e sorelle, Mario e Antonio, Giacomo e sorella, un velo di tristezza resterà per anni nei loro sguardi.

Passeranno poche ore e sarà la volta dei tre religiosi dei quali già abbiamo scritto.

Mons. Romualdo Gazzola, all’epoca vice-direttore del Seminario di Bedonia, si reca a Sidolo, qualche giorno dopo, e in una relazione scritta per il Vescovo, riporta nuovi particolari su quella tragica giornata.

Riferendosi a don Francesco Delnevo, Parroco di Porcigatone, scrive che il giorno 19 luglio “era andato a celebrare la Messa nell’Oratorio del Poggio. Pensa di andare a casa ma non vi riesce perché già dai monti, circostanti Porcigatone, i Tedeschi sparano. Tenta diverse vie, va fino a Tollarolo, ma invano. Incontra poi per istrada alcuni giovani di Porcigatone e Borgotaro e con loro va a Sidolo. Don Delnevo alloggia presso Parroco. […] Al mattino del 20 i giovani di cui sopra cercano pane in paese e non ne trovano. Allora vanno presso la canonica.[…] Questo pane viene distribuito ai giovani sul sagrato.

Tre tedeschi, verso le 9,30, si precipitarono in canonica dicendo di aver visto dar da mangiare ai ribelli, avendoli scorti da un posto più in alto con il cannocchiale. Ai tre ne fecero seguito altri. Dopo una mezz’ora circa i testimoni che erano  che erano appiattati nei boschi sui monti circostanti, videro uscir di canonica i due parroci e il seminarista, scortati da una sentinella…”, il resto lo conosciamo.

Aggiunge però Mons. Gazzola che “maggiori particolari potranno dare le sorelle Carpanini  sfollate allora da Bardi, dalla cui casa – la più vicina al misfatto – hanno potuto assister alla truce scena, e si sono poi prestate per pulire dal sangue le salme. Don Beotti aveva trapassate le tempia, ferite a un braccio e piede; don Delnevo aveva spaccato la scatola cranica e ferite a un braccio; il seminarista Subacchi ferito in bocca e al petto. Questi ha avuto un’agonia abbastanza lunga; fu visto a congiungere le mani in atto di pregare. La fucilazione avvenne verso le 16. […]. Come accennato più sopra, con don Delnevo erano giunti a Sidolo degli uomini del suo paese e di Borgotaro […] trovandosi circondati dai tedeschi hanno issato un fazzoletto bianco su un palo e si sono arresi. Ma i tedeschi dopo alcune ore li hanno condotti verso il cimitero e presso il pero, a pochi passi dal medesimo, hanno scaricato contro di loro una raffica di mitraglia. Uno di loro se la dava a gambe e fu così precipitosa la fuga che riuscì a mettersi in salvo, nonostante fosse inseguito col fucile. Il nome dei cinque fucilati borghesi non mi fu possibile saperlo, perché forestieri.[…] Furono uccisi circa mezz’ora prima dei sacerdoti.”

*

Poco lontano da Sidolo, volge al termine anche la triste vicenda di Luigi Marchesi, anni 33, borgotarese nato a Parigi.

Abitava con la moglie e due figlie nel quartiere di San Rocco. I bombardamenti su Borgotaro lo convincono a “sfollare” con la famiglia presso la casa della mamma in località Grifola, qualche chilometro fuori dal Borgo. Non poteva certo immaginare che proprio in quella località, l’8 luglio, potesse svolgersi un duro e lungo combattimento che vedrà i tedeschi soccombere e lasciare sul campo decine di morti. Li vide lui, quei morti, nel prato sotto casa e quando una  settimana dopo i tedeschi rientrano al Borgo, Luigi pensa, come tanti altri, che le case di Grifola avrebbero corso il pericolo di essere incendiate. Così prende con sé l’intera famiglia (moglie e due figlie), lascia a Grifola l’anziana madre e cerca rifugio nella zona di Compiano. Il rastrellamento, purtroppo, non risparmia quella zona, e ben presto Luigi è costretto ad abbandonare la famiglia per darsi alla fuga, in direzione di Bardi. Brutta giornata, quella del 20 luglio, i tedeschi hanno già ucciso una persona a Tramonti di Compiano, tre a Cereseto, sette a Sidolo, una a Comune di Bardi.

Luigi s’accorge che ci sono tedeschi ovunque. Si sente braccato. Alla fine, spinto dalla sete, esce dal bosco per sostare ad una fontana nell’intento di spegnere la sete. Viene avvistato da una pattuglia e colpito da una raffica.  Questa la sua fine, come è stata raccontata alla famiglia.

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