|
15 luglio Da qualche giorno, a Borgotaro, si vivono momenti di grande preoccupazione. Ansia e inquietudine si leggono sul volto delle persone. Le notizie che arrivano dalle varie zone lasciano intendere che sia proprio il Borgo l’obiettivo finale del grande rastrellamento. In realtà le colonne tedesche in marcia sembrano convergere sul più importante centro della valle, sede tra l’altro di stazione ferroviaria e quindi luogo strategicamente rilevante. Oggi è la vigilia della Sagra della Madonna del Carmine, la popolazione spera di fare un po’ di festa e il nuovo parroco, Mons. Carlo Boiardi, si prepara a tenere le tradizionali cerimonie. Sa che i borgotaresi tengono molto a questa ricorrenza, frequentano numerosi la chiesa e partecipano in massa alla processione che attraversa le vie dell’abitato. Ma il risveglio è davvero da
incubo. Scrive Mons. Boiardi nel suo diario: “Stamattina alle cinque siamo
stati svegliati da alcuni colpi di cannone che ci sembrano molto vicini…Sono
andato alla finestra e mi sono persuaso che venivano dalla zona di San Vincenzo,
Valdena. I colpi di mortaio si ripeterono a rapidi intervalli fino alle
sei…poi ripresero verso le otto. Si capì subito che si
ripeteva il tentativo da parte dei tedeschi di discendere al Borgo per la via di
Guinadi, Bratello, Valdena. Verso le nove mi riferiscono che Bardi è stata
occupata dai tedeschi e che i partigiani si sono ritirati sui monti.
Arrivano notizie che anche ai Due Santi, al Gottero, al Cento Croci, al
Bocco ci sono colonne di tedeschi in movimento.[…] E ora cosa succederà? Cosa faranno del paese?” Il parroco sa quanto è successo in altri paesi, dove la case sono state depredate, incendiate. Sa che molti civili sono stati fucilati, che Bardi è stata bombardata, che a Santa Maria ci sono state molte vittime. Allora il suo primo pensiero è quello di salvare il paese e la sua gente. Decide che la cosa migliore da fare sia quella di riunire un gruppo dei “migliori” del paese e con loro andare incontro ai tedeschi “a precisare lo stato delle cose”. Non tutti, per paura, accettano la proposta. Alla fine sono in tre, compreso il Parroco, le persone che si offrono. E’ ormai il pomeriggio. I tedeschi ancora non si sono fatti vivi. In chiesa si sono riunite alcune donne che pregano davanti alla statua della Madonna. Il Parroco fa un giro per il paese: lo trova letteralmente deserto. Incontra un capo partigiano al quale chiede se in paese vi siano o meno partigiani. Gli viene risposto che no, non ne sono rimasti. Il Parroco insiste, vuole la garanzia di poter dichiarare ciò ai tedeschi. Ritorna in chiesa e dopo pochi minuti viene avvicinato dall’elettricista Folli che gli dice: - Se vuole andare, è ora. Vengono dalla strada del Cimitero”. Il parroco esce e trova Alarico Gasparini e il Comm. Calandra, le due persone che si erano offerte. Dall’alto delle mura vedono la colonna dei Tedeschi scendere dal viale del Cimitero. Si arresta un attimo a San Roco e quindi si muove verso il ponte che conduce al paese. Chiede il Parroco: “Andiamo?”. Annoterà, poi, nel suo diario “Il sig. Gasparini si unisce con me: il Commendatore non si arrischia e ritorna indietro”. I due, con non poco ardimento,
vanno incontro ai tedeschi. Penso a Davide e Golia. Colgo poesia nelle parole
iniziali che Mons, Boiardi affida al suo diario. Sentite: “Col fazzoletto
bianco in mano che agitiamo, ci avviamo verso il ponte, e ci portiamo incontro
ai soldati. Con le parole e coi gesti, soprattutto con questi, assicuriamo su la
nostra vita che in paese non ci sono né partigiani né armi, e che possono
entrare con assoluta sicurezza. Ci chiedono quando i partigiani se ne sono
andati…poi vogliono sapere perché il paese è deserto: -ciò vuol dire,
insistono, che tutti sono banditi (Banditi è la parola che sanno pronunziare
bene e che usano a tutto spiano!) […] Siamo confinati presso il distributore
della benzina, insieme con il mugnaio sig. Volta e i panettieri sig. Saglia di
San Rocco che hanno già presi come ostaggi. Sono le 17 circa. Poco dopo arriva un’altra colonna più numerosa; in capo vi è il Comandante, un Maggiore […] Per mezzo di un ufficiale che sa parlare latino…ci si intende e si viene ad un accordo: la popolazione sarebbe dovuta rientrare, almeno la più vicina, per le ore 10 di domani, e sarebbe stata rispettata nella perquisizione che avrebbero fatto nelle case per vedere se vi erano nascosti partigiani o armi”. “Noi – continua Mons. Boiardi nel suo diario – ci impegnammo a diffondere la notizia nel modo migliore. […]. Il Maggiore allora mi dice testualmente: io ho piene facoltà di distruggere il paese, ma non lo farò se voi farete opera leale di pacificazione. […]. Ci diamo la mano come per ratificare un accordo”. Chiaro, come si rivelerà successivamente, l’intento del Maggiore: quello di poter avere a disposizione un buon gruppo di ostaggi per far pressione su civili e partigiani e ottenere uno scambio di prigionieri. Il Parroco, comunque, accompagnato da un soldato, ritorna in Canonica “con l’animo pieno di riconoscenza alla Madonna”. Sono ormai le 20 e riesce anche a mandare alcune bottiglie di vino agli ufficiali. Poco dopo, viene richiamato al comando e il Maggiore ordina che per le 22 siano preparate 400 razioni di pastasciutta. Invano gli viene risposto che non si potrà trovare né pasta né condimento. Riterrà responsabili, della mancata preparazione, il Parroco e Alarico Gasparini. “Poi chiede informazioni su
Bedonia e Pontolo, il chilometraggio della strada, raduna la truppa e via verso
Pontolo. Noi ci guardiamo stupiti e impacciati…chiediamo aiuto alle Suore
dell’Asilo, andiamo all’ “Appennino”: ma si constata la impossibilità
do preparare quanto ci è stato chiesto. Andiamo al pastificio, sfondiamo la
porta, ma non vi è pasta pronta. Si decide di preparare 400 razioni di pane e
carne; si va ad un negozio di carne, che pure sfondiamo, (stiamo per imparare il
mestiere anche noi!…) e all’ “Appennino” si prepara. Le ore passano, passano viene la mezzanotte poi l’una e ancora nessuno si fa vedere. Intanto dal sig. Gasparini vengo a sapere che, mentre io sono andato alla stazione, è giunto un gruppo di prigionieri tedeschi fatti dai partigiani tra cui il Capitano di Pontolo e della Manubiola, laceri, sporchi, che hanno – specialmente il Capitano che mostra le cicatrici delle percosse – una descrizione ostile del trattamento avuto, e il Maggiore ne è rimasto molto gravemente sdegnato. Il ritardo e questo episodio mi fanno nascere sospetti. Resto a dormire, qui all’ “Appennino”. Molti attribuiscono a questo episodio la causa di quanto accadrà tra qualche giorno a Compiano, Strela e Cereseto. Mons. Boiardi, al momento, non sa ancora che, poco lontano dal Borgo, è accaduto ben di peggio. * Ai Piani di Tiedoli, gli uomini sono in allerta. Di là dal fiume, lungo l’arteria che collega Berceto a Borgotaro, notano il movimento di truppe tedesche. Hanno poi notizia che in giro ci sono pattuglie che si spingono ovunque per dar la caccia ai partigiani. Vittorio Gavaini, di anni e Bruno Borzoni (41), di anni 19, avvertiti che lungo la comunale, nei pressi delle Querciole, sono stati segnalati movimenti di truppe, lasciano le loro abitazioni e insieme salgono al rifugio che da tempo hanno preparato. Dovrebbe essere un nascondiglio sicuro: in un canalone posto al di sopra del luogo che attualmente ospita la discarica, all’interno di una cavità che si trova lungo una riva rocciosa e scoscesa. Di fronte hanno Tovi. Spesso si sono pubblicamente vantati di questo loro rifugio e non è escluso, come soleva ricordare Gavaini, che i tedeschi siano arrivati là a colpo sicuro a causa di una “soffiata”. Mentre si trovano al riparo, odono, dopo qualche ora, degli spari che sempre più si avvicinano alla zona. Riescono anche a sentire le voci dei rastrellatori. Poi silenzio, interrotto da qualche lieve e preoccupante rumore. All’improvviso da sopra il loro covo, rotolano alcuni sassi. Il Gavaini non ha dubbi: sono i tedeschi che stanno scendendo. – Scappiamo – grida all’amico e si getta giù per il ripido pendio, aiutandosi con i pochi alberi e cespugli che spuntano dalla roccia. Un tedesco spara ripetutamente senza colpirlo. Bruno, giovane inesperto, quasi impietrito rimane sul posto e viene catturato. Gavaini, dal basso, ode le sue grida. Non si sa se per le percosse o per lo spavento. Il giovane, insieme ai tedeschi, attraversa il Taro. Puntano in direzione di Pontolo. Ma ecco la testimonianza di Delpoio: “ Avevo sette anni, ma ricordo perfettamente come fosse ieri. Abitavo con i miei genitori in località Aie di Pontolo e quel giorno dalla finestra abbiamo visto una pattuglia di tedeschi che risaliva dal Taro, con un giovane che avevano preso in ostaggio. Mio padre lo conobbe subito e disse: - Jan ciapà al fiö d’ Bindoun. Era il soprannome che veniva dato ai Borzoni. Ricordo che era un bel giovane alto e robusto. Il gruppo si avvicinò alla nostra casa, poi uno di loro entrò sotto una tettoia dove noi tenevamo gli attrezzi da lavoro e uscì con una zappa e un badile. Quindi si avviarono per un sentiero lungo i filari verso la casa degli Zucconi. Passò un po’ di tempo e sentimmo dei colpi d’arma da fuoco. Dalle nostre finestre non vedevamo nulla. Mio padre non parlò, ma aveva certamente capito cosa poteva essere accaduto. Qualche ora dopo, infatti, alcuni uomini scoprirono il corpo del povero giovane. Gli avevano fatto scavare una fossa profonda pochi centimetri, dove, dopo averlo fucilato, lo avevano gettato, cercando poi di coprirlo con qualche badilata di terra, tanto che i piedi e la testa erano rimasti allo scoperto”. * Natale Orezzi (42), di anni 18, conosciuto da tutti come “Natalino”, abita alla Caminata di San Vincenzo in Comune di Borgotaro. A sentire chi l’ha conosciuto, si tratta di un tipo particolare. Quel giorno, quando tutti si stanno preparando a nascondere le cose più importanti, a mettere in salvo il bestiame e se stessi, fuggendo verso i boschi, lui risponde, a chi l’invita a fare altrettanto: “Io non scappo. Qui sono a casa mia e comando io”. E continua imperturbabile a lavorare nel campo. Arrivano i tedeschi, parlottano con lui senza capirsi, poi entrano nella stalla ed escono con la sua mucca. Natalino reagisce in modo rabbioso: impreca, minaccia, vuol strappare la mucca dalla mano del tedesco…alla fine una raffica lo stende. |
|
|